Il bello
Mi guardo i palmi delle mani alla ricerca di una verità divinatoria che non so leggere. Allora serro i pugni come si chiude un libro che non piace.
Scendo per strada e comincio a camminare. Non ho preso niente con me – né soldi né documenti. Socialmente nudo mi avventuro per strade quotidiane, osservo la vita addormentata a tasche vuote.
Passo davanti a vetrine di negozi chiusi, di notte la città regala visuali invisibili alla frenesia mattutina. Qualcuno sfreccia a alta velocità chiuso e bardato in quelle scatole di latta e plastica grosse come furgoni, pesanti quanto un divoratore di hamburger e rinforzate a mo’ di mezzi anfibi. D’istinto tiro a me il guinzaglio del cane, che mi guarda con gli occhi lucidi, timoroso di avere fatto qualcosa di sbagliato. L’accarezzo sotto il mento per tranquillizzarlo – va tutto bene, non hai commesso errori, neanche a pisciare sul gradino della banca.
Alla luce dei lampioni della piazza provo a rileggere il palmo di una mano. Niente. La storia non decolla, lo stile è confuso, meglio chiudere e aspettare di girare l’angolo.
Intanto il cane tira. Ha visto qualcosa, anzi ha annusato qualcosa. Ci sono sere in cui vorrei il suo olfatto, percepire il fetore di una città in rovina che si veste di nuovo e balla la sua danza macabra. E passa un altro di quei bigmac al formaggio putrescente, sgommando.
Ha caricato un minotauro dell’era moderna che passeggiava all’angolo di fronte, nella piazza.
L’erba delle aiuole è bruciata. Il cane la indaga, giovane agronomo che tenta di concimarla. Inutile: è finta come il progresso operoso di una città finanziaria. Non si concima, si sostituisce.
Torno a aprire i palmi delle mani, chissà che una storia non abbia preso piede nel frattempo. Chimera del nuovo millennio, nessuno ti racconta più niente, tutti chini su se stessi, contorti in balli propiziatori per la nuova aiuola. Allora tiro il cane, che nel frattempo ha trovato un ramo secco da rosicchiare. Gli chiedo di riportarmi a casa, di indicarmi la strada.
Le tracce divinatorie le ho cancellate dai miei palmi. Faremo mattina, e poi sera, oltre la città, oltre quel fagocitante aggettivo che ha invaso la vita contemporanea – al di là di quel belante seme che governa le nostre vite.
