Sudest asmatico


Mi alzo scalzo smilzo, sfizio di giornate impalate in fila per due senza resti di quattro. E volgo lo sguardo a est sudest di sud sudest sudato sudario sudtirolo mesto con un occhio pesto resto fermo, poi vado lesto a feste di sud di mousse di ccus’ cca nun ce vogghie penzae’.
Asmatico affannato affranto ammantato allisciato allentato ha tentato di ribellarsi ad arte né parte su carte quarantotto. Carrarmato caramellato, lungo corridoi corridori corrimano su corriere dai fasti vetusti, assalti di corsari e falsari che barano e sparano a vista, a salve, a ralenti da venti di Balcani che soffiano minacciano setacciano e spacciano.
E rimiro il mare, onda di sponda senza ronda che si forma.
Attracco di attacchi mercantili e ferraresi di noir e di vallise, di donne raminghe, di piazze affollate, sfollate da miracoli mitralici di approdi medioevali, di scoli e di canali. Si sente da lontano rimbombare la Giulia veneziana armata d’amore con pudore di altri tempi, con manufatti artefatti, di fatica sfatti, mentre distratti popoli impopolari spopolano tra fan e can can. Allora ho fatto un giro per le campagne di magagne nucleari, ho letto libri e giornali, ho letto lenzuola e cuscini per dormirci su e non sognare più.
Stanco di letterali teorie letterarie preferisco lo stop al post, la minzione alla finzione, la monaca alla cronaca. Stanco di arte pop, mi diletto nell’arte vov, nell’arte coque, nell’arte soap, nell’arte flop, poi sbarello con il carrello e smazzo, ramazzo, cazzo che palle e mi rinchiudo nell’arte coop, con la tessera top da socio doc.

La rossa perduta


C’è uno straniero colto da peste, urla Alberto accarezzando Sisifo. E io guardo senza riguardo sotto le gambe sottili di una dama sottoscacco che non sa di me. Le regalerei monili e ori-zzonti, lascerei disperdere dol-ori e dispia-ceri accesi in chiese sconsacrate.
E sento le campane suonare in riva al mare, e non so se dare addio di là dal fiume. Intanto crolla il mercato dell’autostima, sempre più Gente si domanda Chi? E vago alzo gli occhi al cielo, mio marito cantava sulle navi e oggi non lo faccio accomodare in comodato d’usi e costumi perduti per sempre.
“Terra, terra,” si grida dall’albero maestro precario della riforma informe di sformati di zucchine, mentre di là si taglia la sanità, la santità agli uomini di buona volontà. Sa(n)remo in tanti a cantare le gesta dell’anfitrione del nostro paese. Papi, papi, chi è quell’uomo bianco sul cavallo bianco di Napoleone? E bombardieri non bombardano più. E cannonieri non cannonano più.
Ave-Ntino morituri te salutant.
Trincerati in trincee triaccessoriate tridimensionali su trittici bizantini bicentenari biancofiori di asfittica memoria. Rosso fuoco, rosso sangue, rosso porpora di fiumi esondati e suonati, stonati, malnati e malmenati. I contadini passeggiano e pasteggiano ma non posteggiano trattori nei tratturi di campagna. Cum panis vaganti, amanti di libellule riparatrici in officine sfiduciate senza mezzi per pinze e martelli acclamano a gran voce la foce del fiume.
A bordo! Si esclama sulla nave in balia di onde mondane e nausea e rinvii nell’età della ragione non possono essere ammessi. Allora avevano ragione a rivoltarsi nella tomba del pensiero?
Nuda è fuggita, di spalle a me che guardo a est.
Reindosso lo spolverino impolverato di polveri sottili e riavvio i motori di rossi e capirossi, mossi da stenti e intenti non più pertinenti. E lotto smotto fotto tutto rotto di collo mollo il colpo del cannone che batte e fugge mezzanotte.
Infine, sfinito senza fine tu trascini senza un attimo di respiro e io mi addormento sul giaciglio figlio di un dio maggiore.