Carta canta e fondali di bottiglia (Il gregario di Paolo Mascheri)
Per non tradire le attese e i luoghi comuni alle 19, all’arrivo in Stazione centrale di Paolo Mascheri, scende acqua e neve. Una pioggia fredda, dura, umida e fitta. Paolo non è mai stato a Milano se non di passaggio via Malpensa per destinazioni più calde, più romantiche o più esotiche. Mi dice subito che il suo immaginario collettivo di Milano è “Studio Aperto”. Non viene tradito: su corso Genova c’è una sfilza di tram fermi, sarà successo qualcosa per aprire il notiziario? Forse, ma noi dobbiamo raggiungere l’albergo prima e il bar dopo. Vediamo anche davanti a un negozio un gran numero di uomini vestiti di rosa con cilindro rosa. Sarà un anticipo di Milano moda? Lasciamo come sempre a “Studio Aperto” di indagare. Ci dimeniamo nel traffico e raggiungiamo l’hotel. Paolo si sistema, poi raggiungiamo il bar. L’aperitivo milanese è stanco, non ha più il dinamismo di alcuni anni fa (finalmente, aggiungo io) è più indolente, lento. Ma nel bar c’è gente. Purtroppo per un disguido di corrieri imbecilli, incapaci di comporre un codice su un citofono siamo senza libri - non si potranno vendere stasera, ma speriamo che nei prossimi giorni potremo tenerli lì al B ART e vendere le copie che stasera non riusciremo. Beviamo un paio di bicchieri di vino, Paolo a dire il vero del succo - è praticamente astemio. Chiacchieriamo seduti a un divanetto io, Paolo e Luigi Carrozzo che con noi leggerà passi del Gregario. Fuori un leggero nevischio si azzarda a imbiancare le auto parcheggiate. Ma il reading e il pubblico sarà più forte degli agenti atmosferici.
Si fa l’ora. Ci siamo. Un rapido sguardo al bar. Ci sarà una buona trentina di persone. La musica scema fino a spegnersi. Lo stesso succede con le luci. Fa sempre un certo effetto vedere e sentire un bar zittirsi. Quando il silenzio fa invidia a un pulpito religioso, ecco che una luce illumina noi tre. Luigi fa un brevissimo preambolo sulla manifestazione che da stasera e ogni due lunedì fino a metà maggio darà spazio a reading di autori italiani fra un bicchiere di vino e una bionda media. Poi tocca a me. Due parole due, sul libro, quel tanto che basta per incuriosire il pubblico, senza esagerare, per non perdere quell’attenzione. Voglio dire e dico che Il gregario non è una metafora sportiva, bensì è lo sguardo su quelle comparse, come nelle grandi produzioni hollywoodiane tipo Il gladiatore, che muoiono nell’indifferenza degli spettatori pronti a piangere e ridere sentimenti per l’eroe, che senza gregari però non vincerebbe e non ci emozionerebbe. Lo sguardo su una provincia toscana patinata, simbolo per noi di buon cibo, vino, colline e agriturismi. Ma esiste ancora un mondo di gente comune che lì si sveglia. Finalmente tocca a Paolo. Legge un paio di brani, il silenzio - se possibile - si zittisce di più. Ogni tanto si percepisce solo un turacciolo che viene via, o il gorgogliare di vino o birra in un boccale. Legge Luigi, leggo io, di nuovo Paolo. Andiamo avanti così per venti minuti abbondanti.
Le luci si riaccendono, la gente applaude, Eduardo, il proprietario del bar, paragona Mascheri a un Moravia dei nostri giorni. Applausi ancora, sorrisi compiaciuti. E ancora vino, e gente che si avvicina a Paolo per parlare, per chiedere, per dire. Peccato i libri, l’unica nota stonata in una bella e nevosa serata letteraria al bar - dove con il vino ci si inebria di virtù - almeno per stasera.
