L’ombra e il trillo
Corre giù per il pendio di quel viottolo di campagna – tenersi in forma è una prerogativa di tutti, a maggior ragione per una donna di successo. All’improvviso le sembra di vedere un’ombra che la segue tra rovi e cespugli. Si ferma, osserva meglio, l’ombra non c’è più. Si dà della stupida, ha l’impressione di essersi semplicemente lasciata suggestionare da un racconto che ha letto ieri sera. Riprende a correre. La diverte molto tornare nei luoghi d’infanzia, e qui fare jogging. Soprattutto adesso che il lavoro di gallerista le porta via l’anima e provoca stress. Spesso si è domandata perché mai avere abbandonato le proprietà paterne per dedicarsi a commerciare arte in città. Nel frattempo l’ombra appare e svanisce di nuovo tra la folta vegetazione, ma Federica finge di non curarsene e prosegue nella corsa sostenuta per i colli.
Improvvisamente, però, le si affaccia alla memoria un episodio della sua adolescenza. Un pomeriggio estivo era a caccia in quella zona con suo padre, un vecchio ricco proprietario terreno. Si accorsero che un ragazzo si aggirava furtivamente nella loro riserva. Federica, senza pensarci troppo, impugnò il fucile a pallettoni e volutamente scambiò il ragazzo per una lepre. Lo uccise sul colpo – si parlò di un disgraziato incidente, grazie alle influenze politiche e sociali del padre.
Solo in quell’istante, durante quella corsa, si rende conto di avere rimosso dalla memoria quella vicenda. Per la prima volta, dopo anni, riprova le stesse sensazioni di quella lontana mattina – un brivido le percorre la schiena. Riprende a correre senza meta. Adesso ne è sicura: un’ombra c’è e la segue. Si gira più volte impaurita, cade. Si rialza con un groppo in gola crescente. L’ombra nera alle spalle si fa sempre più grande e minacciosa. Ha la sensazione che il sangue le si geli e il cuore esploda.
Il suo telefonino comincia a squillare di un trillo stridulo. Federica accelera, ma l’ombra le è alle calcagna. Sì, non ha più dubbi, è lui: il ragazzo che ha ucciso anni prima in quel punto – il suo spirito torna a vendicarsi. Lo percepisce e, soprattutto, ha coscienza di non potergli più sfuggire.
L’ombra nera sempre più grande le è quasi addosso, il trillo del telefono sempre più insistente e assordante. Prova a spegnere l’aggeggio infernale che strilla dalla tasca posteriore del pantalone della tuta da jogging, ma non ci riesce. Allora si gira per l’ultima volta, emana un urlo di terrore che riesce a coprire per un attimo l’odioso trillo. L’ombra minacciosa le è addosso. Le manca il respiro, sente una stretta in petto, si accascia ansimante sulla terra che le ha dato i natali, stringe fra le dita una zolla di terra. Il telefono e il suo trillo le scivolano all’orecchio, per un attimo osserva il display – l’identificatore di chiamata dice: Amore. E si rotola su se stessa.
È in quel preciso istante che le si svela l’arcano mistero! L’ombra nera e minacciosa è quella del deltaplano dell’amato marito che la seguiva dall’alto e tentava inutilmente di telefonarle, magari solo per dirle: Yuhù amore, sono qui su!
Una smorfia di disappunto le segna il viso impallidito e il cuore cede.
Inconsapevole della tragedia il trillo del telefonino si acquieta.
