Il vaso
È accaduto in un pomeriggio qualunque di metà aprile, al primo sole che spinge indietro il ricordo grigio dell’inverno parigino, mentre Antonio cammina tranquillo per le strade della capitale – o, forse, non proprio tranquillamente.
È nervoso, persino distratto. Uscito di casa non si è neppure accorto che la signora del piano di sotto lo ha salutato: sarà apparso maleducato, ma era troppo concentrato per accorgersi di qualcosa. Infatti pensa con insistenza e con una punta di angoscia a un vaso. Però non un qualunque vaso da fiori, bensì uno che ha sognato la notte prima in un convulso incubo che lo ha tenuto sveglio per ben tre ore, tanto da costringerlo a chiedere un giorno di ferie in banca. Passeggia senza meta per tutto il Marais, entra in un café, rivede vecchi amici artisti o scrittori, insomma perditempo come era lui anni prima, quando arrivò a Parigi da una piccola città del Sud Italia, convinto di diventare il più famoso artista che mondi ricordi – invece, trovò un redditizio impiego nel mondo della finanza.
Ordina un caffè ristretto (è pur sempre ancora italiano), ci lascia cadere due zollette, poi lo sorseggia, infine lo molla lì. Esce di nuovo in strada, si guarda intorno, saluta qualcuno che non ricorda di avere mai conosciuto e torna a pensare al vaso sognato.
“Lo guardo sulla scrivania di casa mia, poi arrivo in ufficio e lo ritrovo lì. Vado a pranzo e è sul bancone della brasserie. Poi lo vedo sull’autobus. Torno a casa e il vaso è in ogni stanza in cui entro. Alla fine, mi avvicino alla scrivania del mio studiolo, lo prendo dai manici e quello si rompe in mille cocci,” si ripete il sogno fra sé Antonio, e passeggia a occhi bassi, incurante di altro, cercando chissà quale significato recondito da fornire al suo inconscio.
“Se lo trovassi, forse, potrei capire e rilassarmi!” ne è convinto. Anni di analisi e studi di psicologia gli hanno scavato un tunnel del Fregius nel cervello: ogni volta che fa un sogno, se lo appunta e poi lo interpreta. Anche questo lo ha appuntato ma non riesce a comprenderlo. Decide di setacciare antiquari e negozi che facciano al caso suo. Si è convinto che trovare materialmente il vaso lo possa aiutare. Già un’altra volta gli era capitato qualcosa di simile. Aveva sognato un dolce di marzapane a forma di fica che lievitava e poi esplodeva sbriciolandosi. In quell’occasione, passando davanti a un sexy shop, trovò il dolce così come lo aveva sognato. Lo comprò, lo portò a casa e lo fece detonare. Questa trasposizione dal mondo onirico a quello reale gli tolse qualunque angoscia di natura sessuale. Così, in rue du Temples entra in un portone e sale due piani, sa che lì c’è un antiquario fornito di oggetti di tutte le epoche e culture – un vaso ce l’avrà, magari proprio quello che cerca. Sarà fortunato come con la fica di marzapane, lo comprerà, lo porterà a casa, lo poggerà in vari punti e poi se lo romperà fra le mani. Solo allora si sarà liberato dell’incubo e non dovrà dare alcun valore simbolico al vaso e al sogno.
Delusione. Lì non c’è e l’opera di persuasione, attuata dall’anziano antiquario per vendergli altri splendidi vasi, risulta alquanto vana e lo innervosisce al punto che sta per saltare al collo del pover’uomo. Antonio esce e si incammina pensieroso, forse gli monta l’angoscia: insomma, si sente come chi è sul punto di una crisi di nervi – niente di che.
Arriva a Place des Vogts a testa bassa, rimuginando senza soluzione di continuità. Nel porticato osserva attentamente il materiale d’antiquariato di un piccolo negozio – il vaso non è neanche qui. Ora, però, si è fatto un’idea di come deva essere: simile ai vasi giapponesi dalle figure statiche e i colori dai forti contrasti, però a anfora ellenica. Ecco, rincuorato da questa svolta, riacquista adrenalina e inizia a girare all’impazzata, adesso sembra addirittura felice.
Entra in una cartoleria, compra quadernone e matite. Si va a sedere su una panchina e prende a disegnare, a fare schizzi, prove – poi soddisfatto guarda il vaso che è uscito dalla sua mente: se non altro ora può mostrare il disegno come una foto segnaletica. Contento lo porta in giro e lo mette davanti agli occhi di vari antiquari, e chiede loro, con tono da poliziotto americano, se ne hanno uno – ovviamente lo prendono per pazzo o non lo prendono sul serio. Lui invece è convinto di trovarlo e si irrita mortalmente davanti a gente che non gli dà credito (lui che il credito lo centellina come gocce di Valium).
“Avrete bisogno di un operatore finanziario, prima o poi,” mastica fra i denti con rancore adolescenziale. Con il passare delle ore comincia a impadronirsi di lui un soffuso senso d’insicurezza, crede di non riuscire a trovare il vaso disegnato. D’improvviso però, passeggiando su un ponte della Senna, rivolge lo sguardo sul fiume e su uno strano oggetto che galleggia. Ma sì. Come in tutte le favole: è il vaso, il suo. Confronta il disegno, tanto per essere sicuro, e non si preoccupa minimamente di chiedersi come può essere che un vaso galleggi sulla Senna: è troppo preso dal decidere che fare. Così, senza pensarci oltre, con la sua fulminea capacità di scegliere da buon operatore economico, si sveste di soprabito e giacca.
Antonio sale sul parapetto del ponte – è evidente che ha deciso di tuffarsi per prenderlo, portarlo all’asciutto, curarlo e, perché no, coccolarlo prima di farlo detonare al sicuro del suo appartamento. Ma quando è pronto a saltare si distrae a causa della tanta gente che, sgomenta, si accalca alle sue spalle, così perde l’attimo buono e un po’ di fiducia. Come gli hanno insegnato nei corsi di tirocinio, inspira profondamente – un po’ di training autogeno fa sempre bene. Ecco, è tutto pronto, la gente sempre più numerosa. Deve solo contare fino a tre e saltare, ma è allora che si accorge di un uomo vestito di stracci accanto a lui: lo potrebbe definire un barbone, se non fosse che non ha né barba né baffi. Anche lui è fermo lì, in piedi sul parapetto, pronto a balzare nel fiume. Antonio avverte una strana somiglianza con quell’uomo, ma non ha tempo per focalizzarla che lo straccione urla come un pazzo: “È mio”, e si tuffa tra i cori e gli oooo degli astanti.
Vaso e similbarbone affondano assieme tra l’incredulità generale della gente che ha assistito impotente alla scena. Dopo avere sostato ancora qualche secondo in piedi sul parapetto, a Antonio non resta che scendere e rivestirsi di soprabito e giacca. Guarda l’orologio, poi manda un paio di essemmesse, ripone il cellulare in tasca e attende. Si accorge di non avere neppure pranzato, ha un lieve languore, ma resiste. Di lì a poco, arrivano le auto dalle luci blu con potenti e tecnologici macchinari di ripescaggio, ma il poverino viene recuperato morto solo a notte fonda con il metodo tradizionale del sommozzatore. Antonio, che non si è mosso di lì per tutto il tempo, si avvicina all’annegato. Conferma quello che aveva notato in piedi sul parapetto – si accorge che il suo sosia stringe tra le mani i cocci dello strano vaso. Infine, la polizia lo copre con un lenzuolo e un’ambulanza lo porta via. Antonio, a malincuore, si riavvia verso casa.
Il mattino dopo “Le Figaro” titola: “Barbone si suicida nella Senna”, la gente commenta nella folla del métro leggendo l’articolo successivo.
In ufficio c’è molto lavoro arretrato, e Antonio si presenta puntuale alle otto e mezza in sede – non ha avuto neanche tempo per leggere i quotidiani.

Aspetta non ti muovere, rimani in ogni parola..
Praticamente non sto mai ferma, è un guaio! :)
Ti bacio
Comment by Stella — Tue 25 Jul, 2006 @ 22:01