L’urlo

Non sono poeta, però qualche volta provo il desiderio di andare a capo. Mentre cadono bombe su Beirut, mentre la storia torna indietro di vent’anni, mentre le blatte non lasciano gridare più nessuno qui.
È allora che do l’invio sulla tastiera del mio piccì.
E vado a capo,
Un po’ a casaccio.
No, non è un urlo bukowskiano è un dolore che passa
Attraverso due che parlano con i microfoni accesi
Mentre il mondo si indigna per una frase sulla sorella di un giocatore.
Bush come la Juve e Blair come il Milan? Io li retrocederei
Tutti – me compreso.
E do invio,
Invio,
In-vio, in-via.
Non c’è più niente IN
È tutto fuori.
Adesso urlo.
No, ho detto che no, non è come Bukowski
E neanche come Munch.
Vedo morire, vedo fuggire, vedo,
Intravedo,
Alla fine stravedo.
Chiudo la finestra a prima mattina,
I rumori della strada disturbano
Gli ultimi sogni su cui non mi hanno
Bombardato.
Adesso
Urlo io
E non vi chiedo scusa.
Se qualcuno ha la morale da fare
I consigli giusti
Le soluzioni e le generalizzazioni
Che salvano
Vada in prima linea
Invece di restare lì dietro a parlare, a garantire che questa volta no, è diverso da prima. Non voglio più sentire i proclami su pace, amore, democrazia, liberazione fatta con missili pensanti e intelligenti, ché intanto Beirut sprofonda, e io con lei.
Urlo.