L’insetto

Ci sono mattine in cui apri gli occhi, li richiudi, li riapri e pensi: “Adesso scopro di essere Gregor Samsa. Magari sono un insetto”. Allora provi a muovere i piedi, pieghi le gambe, poi le braccia. Fai fatica, sì, ma tutto risponde umanamente. Ti alzi. È allora che ti accorgi che l’insetto c’è – da qualche parte. Lo specchio rimanda la tua immagine, questo ti rassicura – hai tutte le sembianze umane. Ti prepari il caffè, uno scarafaggio non saprebbe farlo. Metti un cucchiaino raso di zucchero, ti siedi sul divano tenendo la tazzina ben ferma per non rovesciare il nepente nero, e ti ricordi che una vecchia zia di tua mamma ripete sempre che il caffè si beve “bollente e sedente”. Eppure senti che uno scarafaggio da qualche parte cammina. Ti guardi intorno con circospezione. Osservi persino il soffitto. Lei è già uscita, di fretta, ha masticato un saluto veloce, ti ha guardato di sfuggita, ma se fossi diventato un insetto se ne sarebbe accorta. Provi a tranquillizzarti, forse ho sognato, era solo un incubo. Te lo ripeti ma sai che non è vero.
Continui a bere il caffè e fissi la finestra di fronte. All’improvviso hai un sussulto: eh no, l’insetto c’è. Ti tremano le mani, lenta e ondosa una lacrima si affaccia all’occhio destro. Deglutisci: scende il caffè, la saliva, persino la lacrima ma lo scarafaggio non va giù. Reclini la testa all’indietro e ti dai una spiegazione razionale – è solo il caldo, un calo pressorico, va tutto bene. Ti alzi dal divano, sciacqui la tazzina e pensi alle cose che hai da fare oggi. Già, anche Gregor fece lo stesso, ma non riusciva a alzarsi dal letto. Tu invece ti muovi tranquillamente. Allora è tutto sotto controllo. Se fumassi ti accenderesti una sigaretta, ma hai smesso tre anni fa.
Un nuovo rumore ti fa sobbalzare. Prendi a girarti su te stesso nevroticamente, ripeti a voce alta: “Chi c’è?”. Non c’è nessuno e lo sai. Lei è uscita presto, si è tirata dietro la porta che nessuno ha ancora riaperto. Una doccia. Bravo. La soluzione giusta. Acqua che scorre sulla pelle, che spurga l’unto di una notte umida, sudata, dormita con le pale sul soffitto che giravano (forse non giravano solo quelle). Sorridi un attimo, potenza dell’ironia, è andato via tutto – ci credi. Prendi addirittura a fischiettare un motivo pop. Ti lavi i denti quando ecco, il rumore di nuovo. Stavolta però lo hai localizzato. È dentro di te quel rumore di insetto, ma è solo la eco di un rumore che viene dall’altra stanza. È l’insetto immondo, lo sai. Ti avvicini, le gambe non reggono, le mani tremano da parkinson, la testa gira. Pensi a mille cose tutte insieme in pochi istanti. A lei, al suo saluto fugace che sapevi sarebbe stato così, pensi a quell’altra che si è sposata, e dire che lo avresti fatto anche tu, ai tuoi impegni di lavoro che non vorresti rispettare, alla città in cui vivi e non vorresti viverci, pensi al romanzo che non hai finito ancora, all’altro senza editore, pensi che non sei capace di attuare suicidii, di nessun genere, che siano letterari o d’amore, di noia o di virtù.
Eccolo l’insetto immondo davanti ai tuoi occhi. Le sue zampette che si muovono lente e inesorabili – non sono pelose ma fanno lo stesso impressione. Lo afferri, lo stringi, lo vorresti stritolare, schiacciare come un verme, ma sai che è immortale. L’eco del suo frinire dentro di te ti stordisce. Non ti rimane che scaraventarlo a terra. Lo fai con violenza. Un tonfo sordo, secco, vincente. Pia illusione. Lo scarafaggio è sempre vivo, ti è addosso, con i suoi secondi, minuti, ore che scorrono. Non serve strapparsi quei due capelli bianchi che hai scoperto allo specchio del parrucchiere sabato. L’insetto prosegue, sei tu che resti lì, a pensare, fermo, impaludato in una sabbia che non vede mare.