Birra e zanzare
L’umido incalza, il sole scende, le zanzare salgono. Milano come la Cambogia. Seduto a un tavolino, assetato, decido di bere birra. Mi alzo stancamente e vado verso il bancone. La gente è assiepata intorno al tavolo del buffet. Mangerò dopo, adesso non ce la faccio a combattere a gomitate con affamati postufficio che nevrastenici si strappano piatti e portate da sotto il naso.
Vado al bancone – in esposizione c’è una schiera di offautanfalilynonfamilyantitafani e simili. Non so se sia più gettonato un bicchiere di sauvignon o una bella laccata di autan. Il ragazzo dietro il bancone mi guarda distratto, gira la testa dall’altra parte e mi chiede cosa vuoi? Tentenno, non sono certo che si stia rivolgendo a me. Una rapida occhiata intorno e capisco che al momento sono l’unico poggiato al bancone, perciò parla con me – eh sì.
Vorrei una birra media.
Chiara?
Sì, chiara, grazie.
E il tipo prende a stillare la birra. Sguardo fugace verso il tavolo del buffet, c’è ancora l’urlo di battaglia degli affamati: andrò dopo, decisamente. Intanto si avvicina al bancone una donna. Avrà quarant’anni, bionda, magra, anzi minuta. Sorride al ragazzo che sta stillando la mia birra. Il tipo le chiede con la solita voce scazzata cosa vuole.
Vorrei una birra per la mia amica e per me un succo, che succhi avete buoni?
Ace?
No che schifo.
Arancia, pompelmo, ananas.
Ecco pompelmo, è dissetante, vero?
Allora pompelmo?
Sì, ma è dissetante?
Signora, non so penso di sì.
Come non sa? È il suo mestiere. La mia amica beve birra, io no.
Nel frattempo la mia birra è sul bancone, e anch’io vengo attratto dall’autan, ché la calata da palude delle zanzare milanesi è davvero irresistibile. Osservo l’etichetta (da buon ipocondriaco) prima di spruzzare a casaccio roba chimica addosso. Intanto, la donna affianco a me continua a parlare con crescente tono ansioso.
Posso pagare subito?
Un attimo, signora. Comunque può pagare anche dopo, siete sedute a quel tavolo, vero?
No, no pago adesso.
Va bene, deve avere un attimo di pazienza ché.
Quanto viene la birra per la mia amica e il mio succo? È di pompelmo vero?
Ha detto lei pompelmo.
Sì. Quindi?
Fa dieci euro.
Dieci euro?
Sì.
Glieli lascio qui.
Sì, signora, le ho detto se un attimo, che.
Ecco, i dieci euro sono qui. Questa è la birra della mia amica. (Afferra la mia birra, mentre io spruzzo sulle caviglie questo coso puzzolente.)
No, questa birra è del signore qui che.
Ma no. È mia, ho pagato. Anzi, il succo dov’è?
Signora, adesso le do il succo e le faccio la media chiara.
Ma è questa.
No, non è questa. Questa è del.
Lei ha pagato?
(Io la guardo, penso al mare, ai postuffici che assaltano il buffet, alle zanzare che imperversano, poi rispondo) No, non ho ancora pagato, perché scusi?
Vede! La birra allora è mia. Ho pagato, ho diritto a essere servita prima. Mi dia il succo per favore.
Il ragazzo dietro il bancone mi guarda esterrefatto, non sa che dirmi, balbetta qualcosa. Io allungo la media chiara verso la signora, le sorrido e le dico certo, ha pagato prima lei, per carità beva, faccia bere, anzi vuole dell’autan ché le zanzare e l’umido rende tutti un po’ esagitati?
La donna prende la mia birra, aspetta nervosamente il suo succo, poi se ne va al suo tavolo, dalla sua amica. La sento, dice che in questa città sono tutti pazzi, che il caldo, l’umido, le zanzare rendono tutti fuori di testa, pensa che c’era un tipo che si voleva prendere la birra e poi ha fatto pure dell’ironia e mi offriva l’autan, per non parlare del cameriere, un terrone lento quant’è vero iddio che non si muoveva a darmi il succo e non prendeva neanche i soldi. Che gente.
