Resta se puoi

Andai via una mattina di fine ottobre. Ero arrivato a un bivio. Da un lato, il desiderio di rimanere, dare fondo ai sogni covati in adolescenza, cambiare la “mia” terra, donarle lustro con una rivoluzione culturale, e dimostrare che non tutti sono costretti a partire. Dall’altro lato, un vestito stretto cucito addosso male, il bisogno di spogliarsi; fare prima una rivoluzione interiore e osare laddove non hai una storia. Infine, a cadenzare scelte, l’amara constatazione che “giù” al Sud rischi sempre di barcamenarti fra il serio e il faceto, logorato dalla minaccia di essere provinciale solo perché hai parlato ma non sei riuscito nell’intento.
Devi partire. Un verso di Baudelaire riecheggiava nella mia testa: “Parti se devi, resta se puoi”. Non potevo più restare, mi ero spinto oltre il limite consentito. Così, emulo dei tanti emigranti che mi avevano preceduto, la mia meta cadde sull’ovvia Milano.
Ma quanta differenza dai racconti anni cinquanta! Io non arrivavo con valigia di cartone alla Stazione Centrale, né con colbacco alla Totò e Peppino. Mi spostavo con computer portatile e auto sull’A14, non andavo a cercare fortuna bensì a frequentare un master in Tecniche editoriali. Dentro mi ripetevo che sarei tornato presto al Sud: “Giusto il tempo di una specializzazione, una pausa e poi torno a cambiare”. Ma in fondo temevo che non sarebbe stato così. Che cosa volevi fare “da grande”? Lo scrittore? E nella vita come credevi di campare? Provando a entrare nell’editoria, per fare l’unica cosa di cui sei capace, cioè leggere e scrivere? E ecco una nuova amara presa di coscienza, al Sud non c’è la grande editoria, bisogna prima crearla, poi puoi pensare di fare il redattore “giù”. Ma tu che cosa pensavi di creare? Certo, il mestiere che stavi per imparare era lo stesso di Cesare Pavese, di Italo Calvino, ma tu non sei né l’uno né l’altro, e la tua voce giù si confonderebbe fra le tante in una piazza dove c’è mercato. Allora, pensai, imparo il mestiere, lo affino, poi torno: sì, sarò un intellettuale amato e ascoltato… e se ai sogni non c’è mai fine, altrettanto vale per l’ingenuità. Poi un incontro fortunato, destinale, rimasi a Milano – a fare il redattore. Un anno, due, poi ho smesso di contarli, non c’è ritorno all’orizzonte e, forse, anche se ci fosse mi lascerei di spalle a Godot, fingendo di essere distratto: “Sai com’è, ero impegnato in una correzione di bozza, non ho visto il treno che tornava”. E improvvisamente scopri il significato di “straniero”. Non si è stranieri lontani da casa, in un’altra realtà si può essere apolide, mentre straniero lo si è solo fra le strade in cui giocavi a pallone, solo davanti alla memoria.
Piegato su fogli di carta sparsi, diviso il tempo fra il mestiere di redattore e l’aspirazione di scrittore, mi accorgo di tornare a casa solo quando apro la porta del mio appartamento milanese, ma al contempo provo disagio davanti a chiese e scuole che non ho mai frequentato, qui sono redattore privo di memoria. E giù? Giù mi disconoscono, è memoria senza redazione, sebbene il sangue ci leghi – sangue anche mio, ma per qualcuno ho già tradito alla mensa cui non ero invitato.
Così, non mi rimane che aggirarmi per strade febbrili, colme di frenesia per pausa pranzo e aperitivi, vero flâneur con il suo sguardo estraniato che, per dirla alla Benjamin, “non si sente a suo agio in nessuna delle due città; e cerca un asilo nella folla”. In quella folla guardo altri che come me non vogliono restare tutta la vita “su”, che come me hanno memoria di giù, e si ripetono con forza: “Appena possibile torno”. Qualcuno ce la farà? Non lo so. Ne incontro tanti, troppi, a volte penso che giù non ci sia più nessuno, e provo dolore fisico. Li guardo attentamente tornare a casa il fine settimana, io nemmeno più quello, aspetto: punto d’osservazione esterno. Ed è da lì che come novello Gabriel Dan in Hotel Savoy, di Joseph Roth, mi domando: “Saranno contenti di andare verso casa? […] Ma forse non hanno la volontà di ritornare a casa. La marea li porta […] come pesci in certe stagioni”.

 

(Pubblicato sulla rivista “Sud”, n. 1)