Davvero

Credimi, davvero.
Ti credo.
Non è vero, dici così solo per accontentarmi, io però.
No, no. Non lo dico per accontentarti, figurati, io.
Eh, dite sempre tutti così.
Tutti chi?
Tutti.
Io non sono tutti.
Vabbè, fatto sta che so che non mi credi.
Ma perché non dovrei crederti? Dammi una ragione, una sola per cui.
Te ne do anche dieci, se è per questo.
Sentiamo.
L’altro ieri al bar. Mi hai guardata, mi hai detto sai penso proprio che tu.
L’altro ieri tu non c’eri.
Vedi come sei?
Come sono?
Mi contraddici subito, non mi dai spazio, non mi fai parlare. Sei aggressivo.
Ma no. Come aggressivo, quando mai. Stavo solo puntualizzando che.
Appunto. Sei pignolo. Non mi credi, mi dai addosso e fai pure il precisino al cazzo.
Stai a vedere che il pazzo sono io?!
Stai insinuando che sono pazza, vero?
No. Sto solo dicendo che intendevo.
Tu non vuoi intendere niente se non quello che ti fa comodo.
E cosa mi farebbe comodo?
Che io sparissi, andassi via, non fossi quella che sono.
Ma quando mai.
Lo so. Io ti ho capito.
Tu non mi hai capito.
Vedi?
Cosa?
Non mi credi. Dici solo sì sì per accontentarmi – ma in fondo tu non mi credi.
Su cosa?
Su di me, su di noi.
Ti giuro che non ti seguo, davvero.
Ecco dimostrato: io e te siamo su due piani diversi. Io costruisco mentre tu.
Mentre io cosa?
Mentre tu pensi solo a te, pensi solo a scrivere.
Ma no, cioè è vero che scrivo, ma non è vero.
È vero, non è vero – lo vedi che sei confuso? Come tutti gli uomini.
(La guardo, mi guarda, poi accende la tivù. Quasi quasi stasera scrivo.)