Quelli che l’estate

Eviterò di entrare nella categoria di “quelli che il blog” come detto qui. Ragion per cui con attenzione non dirò che questo blog va al mare (anzi a mare), né in chissà quale posto esotico di ferie blogghiste.
No, sarò io a allontanarmi per un po’. Cercherò di guardare il mare senza cadere in retoriche romantiche, proverò a prendere il sole senza ustionarmi, dedicherò del tempo a leggere e altro a scrivere quel romanzo che da un po’ si è arenato, ma che presto… si dice sempre così, no?
Certo, l’Occidente opulente ci fornisce di internet point a ogni angolo, e può essere che a sorpresa faccia visita al mondo blogghista. Potrebbe addirittura essere che risponda a qualche commento o potrei spingermi fino a scrivere un post: chissà. In ogni caso, ci troveremo, ci inseguiremo, o più semplicemente ci abbronzeremo.

Il vaso

È accaduto in un pomeriggio qualunque di metà aprile, al primo sole che spinge indietro il ricordo grigio dell’inverno parigino, mentre Antonio cammina tranquillo per le strade della capitale – o, forse, non proprio tranquillamente.
È nervoso, persino distratto. Uscito di casa non si è neppure accorto che la signora del piano di sotto lo ha salutato: sarà apparso maleducato, ma era troppo concentrato per accorgersi di qualcosa. Infatti pensa con insistenza e con una punta di angoscia a un vaso. Però non un qualunque vaso da fiori, bensì uno che ha sognato la notte prima in un convulso incubo che lo ha tenuto sveglio per ben tre ore, tanto da costringerlo a chiedere un giorno di ferie in banca. Passeggia senza meta per tutto il Marais, entra in un café, rivede vecchi amici artisti o scrittori, insomma perditempo come era lui anni prima, quando arrivò a Parigi da una piccola città del Sud Italia, convinto di diventare il più famoso artista che mondi ricordi – invece, trovò un redditizio impiego nel mondo della finanza.
Ordina un caffè ristretto (è pur sempre ancora italiano), ci lascia cadere due zollette, poi lo sorseggia, infine lo molla lì. Esce di nuovo in strada, si guarda intorno, saluta qualcuno che non ricorda di avere mai conosciuto e torna a pensare al vaso sognato.
“Lo guardo sulla scrivania di casa mia, poi arrivo in ufficio e lo ritrovo lì. Vado a pranzo e è sul bancone della brasserie. Poi lo vedo sull’autobus. Torno a casa e il vaso è in ogni stanza in cui entro. Alla fine, mi avvicino alla scrivania del mio studiolo, lo prendo dai manici e quello si rompe in mille cocci,” si ripete il sogno fra sé Antonio, e passeggia a occhi bassi, incurante di altro, cercando chissà quale significato recondito da fornire al suo inconscio.
“Se lo trovassi, forse, potrei capire e rilassarmi!” ne è convinto. Anni di analisi e studi di psicologia gli hanno scavato un tunnel del Fregius nel cervello: ogni volta che fa un sogno, se lo appunta e poi lo interpreta. Anche questo lo ha appuntato ma non riesce a comprenderlo. Decide di setacciare antiquari e negozi che facciano al caso suo. Si è convinto che trovare materialmente il vaso lo possa aiutare. Già un’altra volta gli era capitato qualcosa di simile. Aveva sognato un dolce di marzapane a forma di fica che lievitava e poi esplodeva sbriciolandosi. In quell’occasione, passando davanti a un sexy shop, trovò il dolce così come lo aveva sognato. Lo comprò, lo portò a casa e lo fece detonare. Questa trasposizione dal mondo onirico a quello reale gli tolse qualunque angoscia di natura sessuale. Così, in rue du Temples entra in un portone e sale due piani, sa che lì c’è un antiquario fornito di oggetti di tutte le epoche e culture – un vaso ce l’avrà, magari proprio quello che cerca. Sarà fortunato come con la fica di marzapane, lo comprerà, lo porterà a casa, lo poggerà in vari punti e poi se lo romperà fra le mani. Solo allora si sarà liberato dell’incubo e non dovrà dare alcun valore simbolico al vaso e al sogno.
Delusione. Lì non c’è e l’opera di persuasione, attuata dall’anziano antiquario per vendergli altri splendidi vasi, risulta alquanto vana e lo innervosisce al punto che sta per saltare al collo del pover’uomo. Antonio esce e si incammina pensieroso, forse gli monta l’angoscia: insomma, si sente come chi è sul punto di una crisi di nervi – niente di che.
Arriva a Place des Vogts a testa bassa, rimuginando senza soluzione di continuità. Nel porticato osserva attentamente il materiale d’antiquariato di un piccolo negozio – il vaso non è neanche qui. Ora, però, si è fatto un’idea di come deva essere: simile ai vasi giapponesi dalle figure statiche e i colori dai forti contrasti, però a anfora ellenica. Ecco, rincuorato da questa svolta, riacquista adrenalina e inizia a girare all’impazzata, adesso sembra addirittura felice.
Entra in una cartoleria, compra quadernone e matite. Si va a sedere su una panchina e prende a disegnare, a fare schizzi, prove – poi soddisfatto guarda il vaso che è uscito dalla sua mente: se non altro ora può mostrare il disegno come una foto segnaletica. Contento lo porta in giro e lo mette davanti agli occhi di vari antiquari, e chiede loro, con tono da poliziotto americano, se ne hanno uno – ovviamente lo prendono per pazzo o non lo prendono sul serio. Lui invece è convinto di trovarlo e si irrita mortalmente davanti a gente che non gli dà credito (lui che il credito lo centellina come gocce di Valium).
“Avrete bisogno di un operatore finanziario, prima o poi,” mastica fra i denti con rancore adolescenziale. Con il passare delle ore comincia a impadronirsi di lui un soffuso senso d’insicurezza, crede di non riuscire a trovare il vaso disegnato. D’improvviso però, passeggiando su un ponte della Senna, rivolge lo sguardo sul fiume e su uno strano oggetto che galleggia. Ma sì. Come in tutte le favole: è il vaso, il suo. Confronta il disegno, tanto per essere sicuro, e non si preoccupa minimamente di chiedersi come può essere che un vaso galleggi sulla Senna: è troppo preso dal decidere che fare. Così, senza pensarci oltre, con la sua fulminea capacità di scegliere da buon operatore economico, si sveste di soprabito e giacca.
Antonio sale sul parapetto del ponte – è evidente che ha deciso di tuffarsi per prenderlo, portarlo all’asciutto, curarlo e, perché no, coccolarlo prima di farlo detonare al sicuro del suo appartamento. Ma quando è pronto a saltare si distrae a causa della tanta gente che, sgomenta, si accalca alle sue spalle, così perde l’attimo buono e un po’ di fiducia. Come gli hanno insegnato nei corsi di tirocinio, inspira profondamente – un po’ di training autogeno fa sempre bene. Ecco, è tutto pronto, la gente sempre più numerosa. Deve solo contare fino a tre e saltare, ma è allora che si accorge di un uomo vestito di stracci accanto a lui: lo potrebbe definire un barbone, se non fosse che non ha né barba né baffi. Anche lui è fermo lì, in piedi sul parapetto, pronto a balzare nel fiume. Antonio avverte una strana somiglianza con quell’uomo, ma non ha tempo per focalizzarla che lo straccione urla come un pazzo: “È mio”, e si tuffa tra i cori e gli oooo degli astanti.
Vaso e similbarbone affondano assieme tra l’incredulità generale della gente che ha assistito impotente alla scena. Dopo avere sostato ancora qualche secondo in piedi sul parapetto, a Antonio non resta che scendere e rivestirsi di soprabito e giacca. Guarda l’orologio, poi manda un paio di essemmesse, ripone il cellulare in tasca e attende. Si accorge di non avere neppure pranzato, ha un lieve languore, ma resiste. Di lì a poco, arrivano le auto dalle luci blu con potenti e tecnologici macchinari di ripescaggio, ma il poverino viene recuperato morto solo a notte fonda con il metodo tradizionale del sommozzatore. Antonio, che non si è mosso di lì per tutto il tempo, si avvicina all’annegato. Conferma quello che aveva notato in piedi sul parapetto – si accorge che il suo sosia stringe tra le mani i cocci dello strano vaso. Infine, la polizia lo copre con un lenzuolo e un’ambulanza lo porta via. Antonio, a malincuore, si riavvia verso casa.
Il mattino dopo “Le Figaro” titola: “Barbone si suicida nella Senna”, la gente commenta nella folla del métro leggendo l’articolo successivo.
In ufficio c’è molto lavoro arretrato, e Antonio si presenta puntuale alle otto e mezza in sede – non ha avuto neanche tempo per leggere i quotidiani.

Non è il caldo

Via Mariano D’Amelio. Non ci sono terroristi islamici in zona. Non ci sono Hezbollah, Hamas e, udite udite, neanche Al-Qaeda, eppure una strada salta in aria. Pochi mesi prima era saltata in aria un’autostrada. Non sono stati visti in giro terroristi internazionali. C’è un Bush al potere negli Stati Uniti (ce n’è sempre uno), ma non rispondono con le bombe. Anzi, forse se ne disinteressano – che stia loro bene così? Può essere.
Quattordici anni fa, oggi 19 luglio, la mafia (devo mettere la M maiuscola?) uccise Borsellino. Quel giorno ero in spiaggia, me lo ricordo. Ero studente universitario, facevo ancora politica attiva (si dice così), eppure già abbronzato non sapevo cosa fare oltre che indignarmi. Speravo che il mondo si potesse cambiare. Gli omicidi Falcone/Borsellino mi piegarono le ginocchia ma mi convinsi che tutti insieme si potesse fare qualcosa. Meraviglia di genuina ingenuità di ventenne. Oggi guardo quotidiani, siti internet e mi accorgo che se su “Repubblica.it” si cita l’omicidio Borsellino a metà pagina, su “Corriere.it” no. Purtroppo c’è altro oggi. C’è Beirut che brucia, Haifa, una regione intera salta in aria (che siano i mafiosi?).
Quel 19 luglio 1992 l’Italia fu scossa da qualcosa che neanche il terrorismo rosso/nero aveva mai fatto. Colpire con violenza inaudita due magistrati, attaccare con supponenza lo stato, diverso dalla strage di Bologna (ché era lo stato stesso a bombardarsi?), diverso dal rapimento Moro (un sogno semicubano a Monte Mario?). No, le bombe di Capaci e via D’Amelio erano GUERRA. Anzi, oggi da stanze ovali, o pentagonali, o G-ottiane, la chiamerebbero “operazione chirurgica” su siti sensibili. Ehi, non ditemi che in revisionismo storico, oggi si cercano terroristi islamici per quegli attentati del 1992? Forse Oriana Fallaci saprebbe dare indicazioni opportune, fare teorie giuste, magari sganciamo qualche bomba anche noi sul Libano per vendicare Falcone e Borsellino? No, perché secondo me va di moda, magari occupiamo l’Iraq (ah, lo hanno già fatto? Vabbè, che diamine, lo hanno detto pure quei due, ci sarà qualche m… da spalare da quelle parti?).
Ho un peso sullo stomaco, mi gira la testa appena socchiudo gli occhi – e giuro non è il caldo.

L’urlo

Non sono poeta, però qualche volta provo il desiderio di andare a capo. Mentre cadono bombe su Beirut, mentre la storia torna indietro di vent’anni, mentre le blatte non lasciano gridare più nessuno qui.
È allora che do l’invio sulla tastiera del mio piccì.
E vado a capo,
Un po’ a casaccio.
No, non è un urlo bukowskiano è un dolore che passa
Attraverso due che parlano con i microfoni accesi
Mentre il mondo si indigna per una frase sulla sorella di un giocatore.
Bush come la Juve e Blair come il Milan? Io li retrocederei
Tutti – me compreso.
E do invio,
Invio,
In-vio, in-via.
Non c’è più niente IN
È tutto fuori.
Adesso urlo.
No, ho detto che no, non è come Bukowski
E neanche come Munch.
Vedo morire, vedo fuggire, vedo,
Intravedo,
Alla fine stravedo.
Chiudo la finestra a prima mattina,
I rumori della strada disturbano
Gli ultimi sogni su cui non mi hanno
Bombardato.
Adesso
Urlo io
E non vi chiedo scusa.
Se qualcuno ha la morale da fare
I consigli giusti
Le soluzioni e le generalizzazioni
Che salvano
Vada in prima linea
Invece di restare lì dietro a parlare, a garantire che questa volta no, è diverso da prima. Non voglio più sentire i proclami su pace, amore, democrazia, liberazione fatta con missili pensanti e intelligenti, ché intanto Beirut sprofonda, e io con lei.
Urlo.

L’insetto

Ci sono mattine in cui apri gli occhi, li richiudi, li riapri e pensi: “Adesso scopro di essere Gregor Samsa. Magari sono un insetto”. Allora provi a muovere i piedi, pieghi le gambe, poi le braccia. Fai fatica, sì, ma tutto risponde umanamente. Ti alzi. È allora che ti accorgi che l’insetto c’è – da qualche parte. Lo specchio rimanda la tua immagine, questo ti rassicura – hai tutte le sembianze umane. Ti prepari il caffè, uno scarafaggio non saprebbe farlo. Metti un cucchiaino raso di zucchero, ti siedi sul divano tenendo la tazzina ben ferma per non rovesciare il nepente nero, e ti ricordi che una vecchia zia di tua mamma ripete sempre che il caffè si beve “bollente e sedente”. Eppure senti che uno scarafaggio da qualche parte cammina. Ti guardi intorno con circospezione. Osservi persino il soffitto. Lei è già uscita, di fretta, ha masticato un saluto veloce, ti ha guardato di sfuggita, ma se fossi diventato un insetto se ne sarebbe accorta. Provi a tranquillizzarti, forse ho sognato, era solo un incubo. Te lo ripeti ma sai che non è vero.
Continui a bere il caffè e fissi la finestra di fronte. All’improvviso hai un sussulto: eh no, l’insetto c’è. Ti tremano le mani, lenta e ondosa una lacrima si affaccia all’occhio destro. Deglutisci: scende il caffè, la saliva, persino la lacrima ma lo scarafaggio non va giù. Reclini la testa all’indietro e ti dai una spiegazione razionale – è solo il caldo, un calo pressorico, va tutto bene. Ti alzi dal divano, sciacqui la tazzina e pensi alle cose che hai da fare oggi. Già, anche Gregor fece lo stesso, ma non riusciva a alzarsi dal letto. Tu invece ti muovi tranquillamente. Allora è tutto sotto controllo. Se fumassi ti accenderesti una sigaretta, ma hai smesso tre anni fa.
Un nuovo rumore ti fa sobbalzare. Prendi a girarti su te stesso nevroticamente, ripeti a voce alta: “Chi c’è?”. Non c’è nessuno e lo sai. Lei è uscita presto, si è tirata dietro la porta che nessuno ha ancora riaperto. Una doccia. Bravo. La soluzione giusta. Acqua che scorre sulla pelle, che spurga l’unto di una notte umida, sudata, dormita con le pale sul soffitto che giravano (forse non giravano solo quelle). Sorridi un attimo, potenza dell’ironia, è andato via tutto – ci credi. Prendi addirittura a fischiettare un motivo pop. Ti lavi i denti quando ecco, il rumore di nuovo. Stavolta però lo hai localizzato. È dentro di te quel rumore di insetto, ma è solo la eco di un rumore che viene dall’altra stanza. È l’insetto immondo, lo sai. Ti avvicini, le gambe non reggono, le mani tremano da parkinson, la testa gira. Pensi a mille cose tutte insieme in pochi istanti. A lei, al suo saluto fugace che sapevi sarebbe stato così, pensi a quell’altra che si è sposata, e dire che lo avresti fatto anche tu, ai tuoi impegni di lavoro che non vorresti rispettare, alla città in cui vivi e non vorresti viverci, pensi al romanzo che non hai finito ancora, all’altro senza editore, pensi che non sei capace di attuare suicidii, di nessun genere, che siano letterari o d’amore, di noia o di virtù.
Eccolo l’insetto immondo davanti ai tuoi occhi. Le sue zampette che si muovono lente e inesorabili – non sono pelose ma fanno lo stesso impressione. Lo afferri, lo stringi, lo vorresti stritolare, schiacciare come un verme, ma sai che è immortale. L’eco del suo frinire dentro di te ti stordisce. Non ti rimane che scaraventarlo a terra. Lo fai con violenza. Un tonfo sordo, secco, vincente. Pia illusione. Lo scarafaggio è sempre vivo, ti è addosso, con i suoi secondi, minuti, ore che scorrono. Non serve strapparsi quei due capelli bianchi che hai scoperto allo specchio del parrucchiere sabato. L’insetto prosegue, sei tu che resti lì, a pensare, fermo, impaludato in una sabbia che non vede mare.

I fiori

Sognavo che mi tradivi.
(Sobbalzo all’improvviso, nel cuore della notte, rischio un infarto, il cuore batte all’impazzata.) Eh? Che è successo? Sognavi? Non ho capito.
Ho detto che sognavo che mi tradivi.
Ah. È solo un sogno.
Un incubo.
Un incubo, sì. Sogno, incubo – non è la realtà.
Dici tu. Magari mi tradisci.
Stavi sognando. Adesso rimettiti a dormire ché sono le tre.
Hai mai pensato di tradirmi?
Ma ti sembra un discorso da affrontare alle tre di notte?
Rispondi.
Ma no, non lo ho mai pensato – credo.
Appunto: credi. In realtà.
In realtà niente, era solo un incubo.
Hai mai pensato di essere tutt’uno con la realtà?
Che dici?
Sì, hai mai desiderato essere qualcos’altro? Chennesò, tipo un fiore?
Un fiore? Alle tre di notte.
Che palle con ’ste tre di notte! Rispondi. Hai mai desiderato essere un fiore?
Credo di no.
Sempre credo. Vabbè, non hai mai provato il desiderio di compenetrarti in un fiore.
Compenetrazione…
Sei il solito porco. Con te non si può mai fare un discorso serio.
Serio? Essere compenetrati in un fiore è un discorso serio?
Come sei superficiale. Basta, questa è la volta buona. Sì, sì: domani me ne vado. Torno a casa, dai miei.

(Si gira dall’altra parte, capisco che sta piangendo. Non so perché mi torna alla mente quella famosa domanda al questionario militare: “Ti piacciono i fiori?”.)

Birra e zanzare

L’umido incalza, il sole scende, le zanzare salgono. Milano come la Cambogia. Seduto a un tavolino, assetato, decido di bere birra. Mi alzo stancamente e vado verso il bancone. La gente è assiepata intorno al tavolo del buffet. Mangerò dopo, adesso non ce la faccio a combattere a gomitate con affamati postufficio che nevrastenici si strappano piatti e portate da sotto il naso.
Vado al bancone – in esposizione c’è una schiera di offautanfalilynonfamilyantitafani e simili. Non so se sia più gettonato un bicchiere di sauvignon o una bella laccata di autan. Il ragazzo dietro il bancone mi guarda distratto, gira la testa dall’altra parte e mi chiede cosa vuoi? Tentenno, non sono certo che si stia rivolgendo a me. Una rapida occhiata intorno e capisco che al momento sono l’unico poggiato al bancone, perciò parla con me – eh sì.
Vorrei una birra media.
Chiara?
Sì, chiara, grazie.
E il tipo prende a stillare la birra. Sguardo fugace verso il tavolo del buffet, c’è ancora l’urlo di battaglia degli affamati: andrò dopo, decisamente. Intanto si avvicina al bancone una donna. Avrà quarant’anni, bionda, magra, anzi minuta. Sorride al ragazzo che sta stillando la mia birra. Il tipo le chiede con la solita voce scazzata cosa vuole.
Vorrei una birra per la mia amica e per me un succo, che succhi avete buoni?
Ace?
No che schifo.
Arancia, pompelmo, ananas.
Ecco pompelmo, è dissetante, vero?
Allora pompelmo?
Sì, ma è dissetante?
Signora, non so penso di sì.
Come non sa? È il suo mestiere. La mia amica beve birra, io no. 

Nel frattempo la mia birra è sul bancone, e anch’io vengo attratto dall’autan, ché la calata da palude delle zanzare milanesi è davvero irresistibile. Osservo l’etichetta (da buon ipocondriaco) prima di spruzzare a casaccio roba chimica addosso. Intanto, la donna affianco a me continua a parlare con crescente tono ansioso.
Posso pagare subito?
Un attimo, signora. Comunque può pagare anche dopo, siete sedute a quel tavolo, vero?
No, no pago adesso.
Va bene, deve avere un attimo di pazienza ché.
Quanto viene la birra per la mia amica e il mio succo? È di pompelmo vero?
Ha detto lei pompelmo.
Sì. Quindi?
Fa dieci euro.
Dieci euro?
Sì.
Glieli lascio qui.
Sì, signora, le ho detto se un attimo, che.
Ecco, i dieci euro sono qui. Questa è la birra della mia amica. (Afferra la mia birra, mentre io spruzzo sulle caviglie questo coso puzzolente.)
No, questa birra è del signore qui che.
Ma no. È mia, ho pagato. Anzi, il succo dov’è?
Signora, adesso le do il succo e le faccio la media chiara.
Ma è questa.
No, non è questa. Questa è del.
Lei ha pagato?
(Io la guardo, penso al mare, ai postuffici che assaltano il buffet, alle zanzare che imperversano, poi rispondo) No, non ho ancora pagato, perché scusi?
Vede! La birra allora è mia. Ho pagato, ho diritto a essere servita prima. Mi dia il succo per favore. 

Il ragazzo dietro il bancone mi guarda esterrefatto, non sa che dirmi, balbetta qualcosa. Io allungo la media chiara verso la signora, le sorrido e le dico certo, ha pagato prima lei, per carità beva, faccia bere, anzi vuole dell’autan ché le zanzare e l’umido rende tutti un po’ esagitati?
La donna prende la mia birra, aspetta nervosamente il suo succo, poi se ne va al suo tavolo, dalla sua amica. La sento, dice che in questa città sono tutti pazzi, che il caldo, l’umido, le zanzare rendono tutti fuori di testa, pensa che c’era un tipo che si voleva prendere la birra e poi ha fatto pure dell’ironia e mi offriva l’autan, per non parlare del cameriere, un terrone lento quant’è vero iddio che non si muoveva a darmi il succo e non prendeva neanche i soldi. Che gente.

Una questione di decenza

Un po’ sui gomiti, arrancando, stringendo i denti (e in questo noi italiani siamo bravi e specialisti) alla fine ce la abbiamo fatta. Il tetragramma cabalistico si è chiuso. Non scenderò nei dettagli tecnici – li lascio a chi fa questo di mestiere. Non esalterò le gesta di Cannavaro (anche se lo meriterebbe) né di Grosso (che pure dai campi della serie C al Mondiale ha vissuto una favola d’altri tempi). No. Vorrei sottolineare quella capocciata. No, non quella di Materazzi che ha permesso all’Italia di pareggiare. Quella di Zidane. Assurda, indecente, scandalosa, se non fosse a fine carriera meriterebbe infinte giornate di squalifica. E con lui l’allenatore francese che oggi dice: “Io non giustifico quello che ha fatto, ma lo capisco, chissà cosa gli ha detto Materazzi. Che poi, grande grosso com’è, si è buttato a terra e ha fatto un sacco di moine. Il vero uomo del match è lui”. La grandeur francese, popolo che non ha mai saputo perdere, pronto a criticare, incapace a ammettere gli errori. Figuraccia di una nazione. Gli inglesi cercano di scagionare il francese (lo riferisce “The Guardian”) affermando che Materazzi abbia dato del “terrorista” a Zidane. Gli inglesi: altro popolo di fair play! Popolo di hooligan della peggiore strage avvenuta per una partita di calcio.
E qui la mia domanda: se a fare quello che ha fatto Zidane fosse stato un italiano? Cosa avrebbe detto il mondo? Come ci avrebbero dipinti? Quante riflessioni sociologiche su di noi, sul nostro comportamento, sulle nostre abitudini ci saremmo dovuti sorbire? Ricordate due anni fa per uno sputo di Totti? E solo un mese fa la gomitata di De Rossi? Beh, lo sputo di Totti fu da vigliacco (e chi lo nega!), la gomitata di De Rossi è stato un gesto sanguigno di nervosismo agonistico che andava punito (e credo che 4 giornate di squalifica fossero anche esagerate), ma nessun italiano – soprattutto se è uno dei campioni più celebrati al mondo – ha dato una capocciata a un avversario così a freddo, tornando indietro e pensando bene a cosa fare. Perlomeno, non in finale, non davanti a miliardi di spettatori. E nessuno di noi, allenatore e compagni compresi, avrebbe avuto il coraggio di giustificarlo. Certo, caro Domenech, è vero che Materazzi è grande e grosso, ma solo per quello la capocciata non la ha presa in piena faccia.
Sì, abbiamo vinto ai rigori e non sul campo, sì, il secondo tempo e una parte dei supplementari i francesi hanno giocato meglio, ma al quarto minuto del secondo tempo supplementare per me la partita è finita. In quel momento, su quella capocciata c’è stato nella mia mente un fischio virtuale – la fine di una finale e l’assegnazione di diritto della Coppa. Da sempre francesista, amante di una cultura raffinata e malinconica, esistenzialista, profonda. Per questo oggi (affianco alla gioia della vittoria) mi sento triste e deluso. Quella capocciata in pieno petto è come se la avessi presa anche io.
Non posso che guardare negli occhi i “cugini” transalpini e dire loro: vergogna.

Resta se puoi

Andai via una mattina di fine ottobre. Ero arrivato a un bivio. Da un lato, il desiderio di rimanere, dare fondo ai sogni covati in adolescenza, cambiare la “mia” terra, donarle lustro con una rivoluzione culturale, e dimostrare che non tutti sono costretti a partire. Dall’altro lato, un vestito stretto cucito addosso male, il bisogno di spogliarsi; fare prima una rivoluzione interiore e osare laddove non hai una storia. Infine, a cadenzare scelte, l’amara constatazione che “giù” al Sud rischi sempre di barcamenarti fra il serio e il faceto, logorato dalla minaccia di essere provinciale solo perché hai parlato ma non sei riuscito nell’intento.
Devi partire. Un verso di Baudelaire riecheggiava nella mia testa: “Parti se devi, resta se puoi”. Non potevo più restare, mi ero spinto oltre il limite consentito. Così, emulo dei tanti emigranti che mi avevano preceduto, la mia meta cadde sull’ovvia Milano.
Ma quanta differenza dai racconti anni cinquanta! Io non arrivavo con valigia di cartone alla Stazione Centrale, né con colbacco alla Totò e Peppino. Mi spostavo con computer portatile e auto sull’A14, non andavo a cercare fortuna bensì a frequentare un master in Tecniche editoriali. Dentro mi ripetevo che sarei tornato presto al Sud: “Giusto il tempo di una specializzazione, una pausa e poi torno a cambiare”. Ma in fondo temevo che non sarebbe stato così. Che cosa volevi fare “da grande”? Lo scrittore? E nella vita come credevi di campare? Provando a entrare nell’editoria, per fare l’unica cosa di cui sei capace, cioè leggere e scrivere? E ecco una nuova amara presa di coscienza, al Sud non c’è la grande editoria, bisogna prima crearla, poi puoi pensare di fare il redattore “giù”. Ma tu che cosa pensavi di creare? Certo, il mestiere che stavi per imparare era lo stesso di Cesare Pavese, di Italo Calvino, ma tu non sei né l’uno né l’altro, e la tua voce giù si confonderebbe fra le tante in una piazza dove c’è mercato. Allora, pensai, imparo il mestiere, lo affino, poi torno: sì, sarò un intellettuale amato e ascoltato… e se ai sogni non c’è mai fine, altrettanto vale per l’ingenuità. Poi un incontro fortunato, destinale, rimasi a Milano – a fare il redattore. Un anno, due, poi ho smesso di contarli, non c’è ritorno all’orizzonte e, forse, anche se ci fosse mi lascerei di spalle a Godot, fingendo di essere distratto: “Sai com’è, ero impegnato in una correzione di bozza, non ho visto il treno che tornava”. E improvvisamente scopri il significato di “straniero”. Non si è stranieri lontani da casa, in un’altra realtà si può essere apolide, mentre straniero lo si è solo fra le strade in cui giocavi a pallone, solo davanti alla memoria.
Piegato su fogli di carta sparsi, diviso il tempo fra il mestiere di redattore e l’aspirazione di scrittore, mi accorgo di tornare a casa solo quando apro la porta del mio appartamento milanese, ma al contempo provo disagio davanti a chiese e scuole che non ho mai frequentato, qui sono redattore privo di memoria. E giù? Giù mi disconoscono, è memoria senza redazione, sebbene il sangue ci leghi – sangue anche mio, ma per qualcuno ho già tradito alla mensa cui non ero invitato.
Così, non mi rimane che aggirarmi per strade febbrili, colme di frenesia per pausa pranzo e aperitivi, vero flâneur con il suo sguardo estraniato che, per dirla alla Benjamin, “non si sente a suo agio in nessuna delle due città; e cerca un asilo nella folla”. In quella folla guardo altri che come me non vogliono restare tutta la vita “su”, che come me hanno memoria di giù, e si ripetono con forza: “Appena possibile torno”. Qualcuno ce la farà? Non lo so. Ne incontro tanti, troppi, a volte penso che giù non ci sia più nessuno, e provo dolore fisico. Li guardo attentamente tornare a casa il fine settimana, io nemmeno più quello, aspetto: punto d’osservazione esterno. Ed è da lì che come novello Gabriel Dan in Hotel Savoy, di Joseph Roth, mi domando: “Saranno contenti di andare verso casa? […] Ma forse non hanno la volontà di ritornare a casa. La marea li porta […] come pesci in certe stagioni”.

 

(Pubblicato sulla rivista “Sud”, n. 1)

Dodici

Come uscito da un racconto, o come in una sceneggiatura di un film prevedibile, l’Italia vince la semifinale contro la Germania con due gol negli ultimi due minuti del secondo tempo supplementare. Prevedibile, appunto, se fosse un racconto, una fiction, imprevedibile e emozionante invece come solo la realtà spesso sa essere. E da quel momento è tripudio di alcol, di bandiere (ne ho vista anche una con la faccia del duce, si sa in questi momenti), di donne che si sfilano i reggiseno in piedi sulle cabrio di amici o fidanzati ubriachi. E suonano clacson, e si balla per strada, e viene voglia di sesso, così anche i trentacinquenni infelici (stando alla solita indagine preestiva) vedono risvegliarsi assopite emozioni. Una festa insomma, sì.
Vado a dormire, non avendo praticamente visto il gol del due a zero perché ancora intento a festeggiare il primo gol. Cerco nella calura estiva di dimostrare, appunto, che non tutti i trentacinquenni sono infelici e privi di voglie sessuali. Le pale sul soffitto girano, l’aria è frizzante, fa anche meno caldo stanotte. Nella penombra fisso le pale e rimango a ascoltare quel rumore meccanico che concilia il sonno. Poi d’improvviso, mi salta alla mente un dato cabalistico, strano. Il numero dodici. Per la qabbalah ebraica è un numero dal forte significato religioso. Le tribù d’Israele erano dodici, i patriarchi erano dodici. Ma il dodici era anche un numero importante per i sumeri. Del resto, la nostra suddivisione del giorno in dodici+dodici ore deriva da loro. Infatti essi contavano non sulle dita, bensì sulle falangi di una mano, il che significava appunto che su una mano non si contava fino a cinque ma fino a dodici (ché il pollice opponibile veniva escluso dal calcolo perché serviva a contare).
Mi sto perdendo. No. Rimane particolare, da indagare questo strano evento della nazionale italiana in finale ai Campionati del mondo di calcio ogni dodici anni per la quarta volta. Messico 1970-Spagna 1982-Usa 1994-Germania 2006. Beh, per divertimento si potrebbe leggere un tetragramma (non so dove sia l’alef), due di queste finali sono in Centro-Nord America e entrambe perse con il Brasile. Le altre due sono in Europa. Ancora, la prima di queste finali è stata conquistata battendo la Germania in semifinale con un’epica partita finita – guarda caso – ai supplementari. Vabbè, qualcuno solleverà obiezioni dicendo che non si può tirare in ballo la qabbalah per sciocchezze del genere, perciò interromperò qui il flusso di studi scholemiani applicati al Mondiale di calcio.
Resta però che se tutto questo fosse una coincidenza (come di certo è) è pur sempre una coincidenza bizzarra.
Appuntamento a Berlino (questa città…) il 9/7 (no, no, smetto per carità, non è colpa mia se anche ’sti numeri), in compagnia della nazionale, dei numeri, delle qabbalah, delle coincidenze, dei riti propiziatori, delle scaramanzie.