Quelle vecchie foto in bianco e nero
Ieri notte mi sono svegliato madido di sudore, con la gola secca.
Avevo caldo. Ho aperto gli occhi, per un attimo mi sono sentito perso, disorientato. Muovendo la mano sinistra ho incocciato la parete. Di solito, da quel lato del letto scendo. Chiuso – una sensazione di claustrofobia mi ha aggredito frontalmente. Ho ruotato verso destra: ho sentito il vuoto. Ancora più agitato mi sono messo a sedere. Ho creduto di essere precipitato in un incubo, ho creduto di sognare di essermi svegliato sudato e con una sete da fare invidia ai quattro evangelisti.
Avevo dimenticato di essere tornato a casa dei miei, di stare dormendo nel letto di quando ero ragazzo.
Avevo sete per davvero e sono sceso dal letto. A tastoni nel buio sono entrato in bagno, ho chiuso la porta e acceso la luce. Ho aperto il rubinetto e ho lasciato scorrere l’acqua per un poco. Ho bevuto, ho tossito, l’acqua mi è entrata nel naso. Ho ripreso a bere, poi ho abbassato la tavoletta e mi sono seduto sul water.
A fatica sono tornato verso il letto. Passando per il corridoio ho dato una sbirciata all’orologio a pendola. Segnava le cinque e qualcosa. Mi sono buttato sul letto a una piazza, incastonato nella libreria. Mi ero riaddormentato quando ho sentito ronzare intorno all’orecchio. Ho aperto gli occhi, ho imprecato in silenzio. Dopodiché mi sono accorto che dovevo avere dormito perché la pendola batteva le sei.
Filtrava la luce dalla serranda abbassata per tre quarti. Mi sono girato dall’altra parte, ma la zanzara insisteva a girarmi intorno. Una goccia di sudore mi ha solcato la tempia e è scesa lungo il volto. Con un gesto della testa mi sono asciugato sul cuscino.
Dopo un quarto d’ora di inutili tentativi, ho capito che riprendere sonno era una battaglia ormai persa.
Mi sono alzato, ho chiuso la porta della stanza e ho alzato un altro poco la serranda. La luce ha colorato la stanza, un refolo di aria appena più fresca ha spinto via l’odore del sonno. Mi sono seduto alla vecchia scrivania.
Ho tirato fuori le foto che sono rimaste a casa dei miei. Mi è balzato agli occhi un album che non era mio. Lo ho aperto. Ho avuto la conferma – era un album di foto che stava a casa di mia nonna. Quelle vecchie foto in bianco e nero che viravano al seppia. Mio nonno in divisa militare, o forse suo cugino, non lo ho mai capito. Si somigliavano come due gocce d’acqua, erano nati a quattro giorni di distanza: sembravano gemelli. Poi come si fa a riconoscere qualcuno a un’età che non si è mai conosciuto, con foto miniaturizzate, sbiadite?
Quei due uomini si tenevano abbracciati, sguardo fiero e sorridente verso l’obiettivo, uno in divisa l’altro in borghese. Qual era mio nonno?
Mi sono ricordato la prima volta che scoprii e guardai queste foto. Avevo provato il desiderio di entrare in quelle immagini, di sperimentare una vita in bianco e nero. Mi ero incantato su quelle pettinature liberty, su sfondi rarefatti e privi di tonalità. Anche stamattina ho riprovato le stesse sensazioni.
Ho continuato a sfogliare e passare fra le dita quelle miniature. Sono incappato in un’altra foto che ha colpito la mia immaginazione: mia nonna sdraiata in una posa osé per gli anni Trenta, su un muretto al Lido di Venezia. Credo fossero in viaggio di nozze.
L’ho girata, ho letto quello che c’era scritto dietro: “Venezia Lido, 19-8-935”. La grafia che svolazza era quella di mio nonno. Sono rimasto a osservare la data: “935”, come se il Mille non potesse mai cambiare, come se il Duemila non fosse frontiera a loro permessa. Un’avvisaglia della guerra, del non ritorno.
Mia nonna lo aspettò a lungo, non disperò per anni, era convinta che la campagna di Russia non poteva averle portato via il marito, diceva che lui era caloroso, non soffriva il freddo, era capace di stare a leggere ore d’inverno con il camino spento. No, la Russia non glielo avrebbe portato via. E in un certo senso, pare, che avesse ragione. Non era stato il freddo a portarlo via ma una granata in pieno agosto. O almeno così raccontava un amico del cugino del nonno, che pare avesse attraversato il Don, nell’estate del 1942.
Nonna diceva che quell’uomo mentiva, perché lei ricevette una lettera di nonno datata ottobre 1942. Ma non sapeva più dove fosse finita quella lettera che provava la sua verità. Era certa della sua esistenza, citava addirittura dei passi a memoria, ma nessuno in famiglia la ha mai vista, letta, ritrovata, neppure dopo che nonna è morta.
Ho sempre covato la speranza che saltasse fuori, per errore, aprendo un cassetto, alzando un materasso. Ho sempre provato dolore quando qualcuno ribatteva a mia nonna che era molto probabile che nonno fosse morto in battaglia, invece che disperso nella steppa siberiana.
Anche stamattina ho guardato fra le foto con la fiducia che quella lettera comparisse. Dopo avrei potuto chiamare a raccolta la famiglia e dire che nonna aveva ragione. Purtroppo non è sbucata neanche questa volta.

