Quelle vecchie foto in bianco e nero


Ieri notte mi sono svegliato madido di sudore, con la gola secca.
Avevo caldo. Ho aperto gli occhi, per un attimo mi sono sentito perso, disorientato. Muovendo la mano sinistra ho incocciato la parete. Di solito, da quel lato del letto scendo. Chiuso – una sensazione di claustrofobia mi ha aggredito frontalmente. Ho ruotato verso destra: ho sentito il vuoto. Ancora più agitato mi sono messo a sedere. Ho creduto di essere precipitato in un incubo, ho creduto di sognare di essermi svegliato sudato e con una sete da fare invidia ai quattro evangelisti.
Avevo dimenticato di essere tornato a casa dei miei, di stare dormendo nel letto di quando ero ragazzo.
Avevo sete per davvero e sono sceso dal letto. A tastoni nel buio sono entrato in bagno, ho chiuso la porta e acceso la luce. Ho aperto il rubinetto e ho lasciato scorrere l’acqua per un poco. Ho bevuto, ho tossito, l’acqua mi è entrata nel naso. Ho ripreso a bere, poi ho abbassato la tavoletta e mi sono seduto sul water.
A fatica sono tornato verso il letto. Passando per il corridoio ho dato una sbirciata all’orologio a pendola. Segnava le cinque e qualcosa. Mi sono buttato sul letto a una piazza, incastonato nella libreria. Mi ero riaddormentato quando ho sentito ronzare intorno all’orecchio. Ho aperto gli occhi, ho imprecato in silenzio. Dopodiché mi sono accorto che dovevo avere dormito perché la pendola batteva le sei.
Filtrava la luce dalla serranda abbassata per tre quarti. Mi sono girato dall’altra parte, ma la zanzara insisteva a girarmi intorno. Una goccia di sudore mi ha solcato la tempia e è scesa lungo il volto. Con un gesto della testa mi sono asciugato sul cuscino.
Dopo un quarto d’ora di inutili tentativi, ho capito che riprendere sonno era una battaglia ormai persa.
Mi sono alzato, ho chiuso la porta della stanza e ho alzato un altro poco la serranda. La luce ha colorato la stanza, un refolo di aria appena più fresca ha spinto via l’odore del sonno. Mi sono seduto alla vecchia scrivania.
Ho tirato fuori le foto che sono rimaste a casa dei miei. Mi è balzato agli occhi un album che non era mio. Lo ho aperto. Ho avuto la conferma – era un album di foto che stava a casa di mia nonna. Quelle vecchie foto in bianco e nero che viravano al seppia. Mio nonno in divisa militare, o forse suo cugino, non lo ho mai capito. Si somigliavano come due gocce d’acqua, erano nati a quattro giorni di distanza: sembravano gemelli. Poi come si fa a riconoscere qualcuno a un’età che non si è mai conosciuto, con foto miniaturizzate, sbiadite?
Quei due uomini si tenevano abbracciati, sguardo fiero e sorridente verso l’obiettivo, uno in divisa l’altro in borghese. Qual era mio nonno?
Mi sono ricordato la prima volta che scoprii e guardai queste foto. Avevo provato il desiderio di entrare in quelle immagini, di sperimentare una vita in bianco e nero. Mi ero incantato su quelle pettinature liberty, su sfondi rarefatti e privi di tonalità. Anche stamattina ho riprovato le stesse sensazioni.
Ho continuato a sfogliare e passare fra le dita quelle miniature. Sono incappato in un’altra foto che ha colpito la mia immaginazione: mia nonna sdraiata in una posa osé per gli anni Trenta, su un muretto al Lido di Venezia. Credo fossero in viaggio di nozze.
L’ho girata, ho letto quello che c’era scritto dietro: “Venezia Lido, 19-8-935”. La grafia che svolazza era quella di mio nonno. Sono rimasto a osservare la data: “935”, come se il Mille non potesse mai cambiare, come se il Duemila non fosse frontiera a loro permessa. Un’avvisaglia della guerra, del non ritorno.
Mia nonna lo aspettò a lungo, non disperò per anni, era convinta che la campagna di Russia non poteva averle portato via il marito, diceva che lui era caloroso, non soffriva il freddo, era capace di stare a leggere ore d’inverno con il camino spento. No, la Russia non glielo avrebbe portato via. E in un certo senso, pare, che avesse ragione. Non era stato il freddo a portarlo via ma una granata in pieno agosto. O almeno così raccontava un amico del cugino del nonno, che pare avesse attraversato il Don, nell’estate del 1942.
Nonna diceva che quell’uomo mentiva, perché lei ricevette una lettera di nonno datata ottobre 1942. Ma non sapeva più dove fosse finita quella lettera che provava la sua verità. Era certa della sua esistenza, citava addirittura dei passi a memoria, ma nessuno in famiglia la ha mai vista, letta, ritrovata, neppure dopo che nonna è morta.
Ho sempre covato la speranza che saltasse fuori, per errore, aprendo un cassetto, alzando un materasso. Ho sempre provato dolore quando qualcuno ribatteva a mia nonna che era molto probabile che nonno fosse morto in battaglia, invece che disperso nella steppa siberiana.
Anche stamattina ho guardato fra le foto con la fiducia che quella lettera comparisse. Dopo avrei potuto chiamare a raccolta la famiglia e dire che nonna aveva ragione. Purtroppo non è sbucata neanche questa volta.

Le lacrime di Jong Tae-se


Le squadre sono schierate al centro del campo, in fila. Stanno per intonare l’inno nazionale nordcoreano.
Sono le otto e mezza di una umida sera milanese di metà giugno. Le zanzare stranamente non hanno ancora invaso la città, come di solito fanno a questo punto dell’anno. Il Mondiale di calcio vomita partite tutte le sere, in cui si resta irretiti. Anche se sono noiose, anche se l’Italia non vince, anche se mai e poi mai per qualsiasi ragione di forza maggiore ti guarderesti Nuova Zelanda-Slovacchia, il Mondiale esercita un rapimento mentale simile a quei noir seriali che prima o poi uno lo leggi, e se non lo leggi finisci con il vederti il film tratto dal romanzo.
Dopo le ansie italiche della sera prima, basito dalla simpatia di Lippi e da quella di Radio Padania che festeggia il gol del Paraguay, mi godo (o spero di godermi) un allenamento senza tensioni del “Brasile champagne” contro i poveri malcapitati nordcoreani.
Eccoci, dunque, agli inni nazionali. Parte la marcia del socialismo Juche: quel misto di comunismo confuciano semidivino di cui è stato imbevuto il popolo di Pyongyang e mi aspetto di vedere degli impassibili furetti rossi che non sapranno dare un calcio al pallone, ma nella peggiore delle ipotesi sganceranno un’atomica nel Pacifico.
E invece il calcio riserva spesso sorprese, chissà per quanto, almeno finché i Lippi e i Cristiano Ronaldo non saranno la maggioranza, e così avviene quello che non ti aspetti.
Mentre sono intento a sorseggiare un Tocai (che da ora si deve chiamare Friulano o qualcosa del genere) e a ascoltare la marcia di Pyongyang, la panoramica consueta sui giocatori che scandiscono l’inno nazionale (per evitare polemiche in patria) mi lascia esterrefatto.
Chi avrebbe mai creduto che nel 2010 dei calciatori – spesso mercenari che cambiano maglia a seconda delle migliori offerte del mercante in fiera – piangessero commossi davanti alla partita della vita? Certo, i nordcoreani non sono i mercenari di cui sopra, ma in ogni caso è da tempo che siamo avvezzi a umanoidi fuoriusciti dalla playstation piangere solo in caso di vittoria finale (per la tensione accumulata) o di sconfitta (ché forse le quotazioni personali di mercato perdono terreno).
Stento a crederci, strabuzzo gli occhi – è vero. Il centravanti dal nome praticamente identico a mezza squadra (un certo Jong Tae-se) è in lacrime, fatica a tenere la testa alta, le telecamere tornano a più riprese su di lui, scuote il capo ma non ferma quella emorragia dei dotti secretori.
Do una sorsata di vino e vengo rapito da quell’attimo epico, leggendario e un poco vetusto che mi rimanda a tempi antichi che non ho vissuto. Vecchi filmati in bianco e nero di quando popoli sconosciuti grazie allo sport avevano l’occasione di salire alla ribalta in un mondo non ancora avvolto dalla cappa del tempo reale e sopraffatto da tsunami massmediatici.
Piange.
Questo ripeto due o tre volte, e non so se fare seguire a quel “piange” un punto esclamativo o uno interrogativo, o magari entrambi – così alla fine opto per un punto e basta.
Mi rendo conto di essere spaesato e straniato davanti a questo evento. Non ho difese razionali, vengo colto da un moto emozionale: sta’ a vedere che mò piango pur’io, mi dico e cerco di sorridere per ritrovare il giusto distacco.
Eppure un segno me lo lascia. Avevo aperto il Tocai, mi ero sistemato sul divano, mi pregustavo i dribbling e i doppi passi brasiliani, mi allettava l’idea della torcida, speravo in una goleada verdeoro che ripagasse questo striminzito spettacolo mondiale di noiosi 4-2-3-1 senza gol, e invece ora sono “detournato”, confuso – un uomo ha catturato le mie simpatie.
Il Caro Leader figlio del Grande Leader – faraoni coreani che hanno portato allo stremo una nazione passano in secondo piano. Ancora una volta è la storia di un singolo uomo a ridare dignità a un popolo. Quante volte fondiamo e confondiamo scelte politiche di una classe dirigente, o peggio, di singoli dittatori, con la volontà reale e totale della gente? Lo ho detto, sono confuso.
Finisce, così, che prendo a tifare Corea del Nord.
La partita inizia. Anche il Brasile sembra risentire del pianto emozionale di Jong Tae-se, non riesce a sfondare il muro nordcoreano. Questi corrono e coprono ogni centimetro del campo, mentre i tre gradi sotto zero di Johannesburg gelano la torcida.
A un certo punto un certo Pak passa la palla a un altro Jong che fa un tiraccio che si perde nelle brume della bandierina del calcio d’angolo. Non fa niente. Il giocatore che ha tirato si gira verso la panchina, cerca gli occhi del suo allenatore Kim (che si mormora sia amico del Caro Leader), spera di non avere commesso una sciocchezza con quel tiro. Per fortuna trova il pollice alzato del generale, che poi lo applaude anche – va bene così.
Spesso durante la partita i giocatori nordcoreani cercano l’approvazione del generale – non escono dal ruolo di bravi soldati che stanno in trincea e difendono la posizione. Sanno che il nemico è più forte, ma con dedizione e abnegazione si può sperare di ripetere l’impresa di Middlesbrough. Ogni giocatore nordcoreano sogna che in lui ci sia la luce divina di Pak Doo-ik, il tipografo diventato dentista per le cronache del 1966, che con un diagonale batté e eliminò l’Italia dai Mondiali di Sua Maestà.
Quando dopo un’ora di ansie carioche e non, Maicon usa il piede come una stecca di biliardo per sorprendere il portiere nordcoreano, l’estasi di un popolo scema. Maicon si bacia la fede anulare e si lascia andare alle lacrime pure lui. Tuttavia queste sono affatto diverse da quelle di Jong Tae-se, sono le tipiche lacrime da pericolo scampato, da tensione nervosa, queste non mi fanno nessun effetto, anzi ricordo che Maicon per una carrettata di soldi è pronto a andare via dall’Inter dopo avere esultato qualche mese fa indicando la maglia nerazzurra e giurando che sarebbe rimasto a Milano.
Il mio tifo per la Corea del Nord si intensifica quando il Brasile raddoppia, ora mi sembra ingiusto quel risultato netto che si delinea, secondo pronostico.
I nordcoreani, però, popolo vessato dal militarismo permanente, ridotto nella povertà a bere forse gin sintetico, costretti magari a eludere la psicopolizia del Caro Leader, mantengono il campo con dignità anche se sotto di due gol. E da buoni soldati continuano a chiedere, ascoltare e mettere in pratica gli ordini dell’allenatore-generale.
A pochi minuti dalla fine il sogno si realizza: fare gol al Brasile – e che importa se si perde?
Yun-Nam fa un’incursione solitaria nell’area di rigore brasiliana e segna. Il generale applaude e dà altre disposizioni tattiche, un popolo riacquista dignità agli occhi del mondo.
Le lacrime di Jong Tae-se mi restano appiccicate addosso, così a partita finita vado subito su youtube a cercare la sequenza di quel pianto irreale. Per un’associazione di idee o di immagini, o se si preferisce per una banale associazione asiatica mi torna alla mente il mio viaggio in Vietnam.
Ripenso a Huyèn, alla sua casa, al divano su cui mi ha fatto sedere. Io mi guardavo intorno, osservavo i suoi quadri – mi piacevano. Lui era felice di avere un italiano a casa sua, a raccontare la vita che faceva, le speranze che aveva. In Italia c’era stato per un anno. Sognava di tornarci. Siamo stati lì un’ora a chiacchierare. Alla fine ho voluto comprare un quadro, gli ho chiesto il prezzo, me ne ha detto uno imbarazzante – neanche una cena a Milano ci paghi con quello che mi aveva chiesto. Allora glielo ho pagato a prezzo europeo.
Huyèn mi ha guardato incredulo, ha contato i soldi, ha detto che erano troppi, che non aveva mai visti tanti tutti insieme. E ha pianto. La testa si è abbassata e alzata un paio di volte, ha cercato di ricacciare indietro le lacrime. Gli ho detto Huyèn sono solo soldi, non fare così, mi imbarazzi. Lui mi ha fissato negli occhi (i suoi lucidi) e ha capovolto i miei valori occidentali: “Non mi interessano i soldi, quelli vengono e vanno. È che non riesco a credere che ci sarà un mio quadro appeso a una parete di una casa italiana”.
E resto tutta notte a guardare il video di Jong Tae-se.

La sigaretta


Mi ritrovai ancora nel suo letto a consumare frammenti di una nuova quotidianità. La guardavo al culmine dell’orgasmo. Le cingevo i fianchi, stringevo i denti e spingevo per entrare tutto, non solo il mio cazzo. Ritorno uterino per cancellare gli spasmi di un ombelico reciso. E venire, venire ancora per dimenticare di essere separati, due corpi che non saranno mai più un solo corpo.
“Mi piace fare l’amore con te” mi disse.
Non diedi peso alle parole, quanto al tono. Ruotai, sdraiato a fianco a lei. Mi accesi una sigaretta. Lei mi carezzò un capezzolo, poi mi abbracciò, mi baciò vicino all’orecchio, tutte tenerezze postorgasmiche, mentre io avevo un solo pensiero: come cazzo butto la cenere in questa posizione?

L’annuncio hot

La mia solitudine si riempie di notti insonni passate in rete a farmi scivolare addosso una cascata di geipeg e emmepeg peccaminosi. Se lo sapesse mammina si arrabbierebbe; ma io sono diventato grande, cazzo, potrò pure concedermi una santa sega in pace ogni tanto.
Ho chiuso la porta a chiave, non vorrei che mammina la aprisse all’improvviso. Ho quarantacinque anni e se non sono ancora sposato è solo perché mi sposerò con la donna giusta, si dice così, no? Una che faccia tutto quello che vedo fare a queste attrici in questi filmatini.
Credetemi, non è mica facile. Una volta ho chiesto a una ragazza che avevo appena conosciuto se le andava di pisciarmi in bocca, e quella di tutta risposta mi ha dato un cazzotto in faccia e ha detto in bocca ti do solo questo, e se n’è andata.
Così non mi resta che girarli tutti, ma proprio tutti.
Come cosa giro? I siti di annunci: Eurochiamami, arcaton, rosa rossa, escort forum, insomma quelli con le signorine che si danno per cento, centocinquanta euro, e anche di più, dipende dalle prestazioni. Ma io non ci vado, mica tengo tutti quei soldi. Poi come faccio a lasciare mammina da sola la sera? e di giorno invece lavoro come un mulo, non posso mica allontanarmi o chiedere un permesso per scoparmi una di quelle. Certo mi piacerebbe, o se mi piacerebbe. Con tutte quelle pratiche che promettono. Bondage, sadomaso, pioggia dorata, footjob, che goduria.
Così mi limito a leggere gli annunci; ma mi arrapo da morire lo stesso, le immagino tutte gratis a mia disposizione. E mi tocco mentre esploro le loro foto: alcune le salvo pure sul desktop – le migliori si intende. Qualche volta mi spingo addirittura a chiamare quei numeri che lasciano. Sento le loro voci, mi dicono fino a che ora restano in attesa di clienti e poi mi svelano il prezzo o il “regalino” come lo chiamano.
Il primo annuncio in cui mi imbatto è di Tania, dice: “Bocca di fuoco, massaggio anale con la lingua per chi desidera essere rilassato in modo genuino, effettuo un vero massaggio prostatico zonale dilatazione perianale, riattivante a diverse gradualità che ti procurerà forti emozioni. No sesso”. O dio, le “forti emozioni”, mi pulsa già tutto. E il massaggio anale con la lingua mi manda in visibilio, già sento la sua mano dilatarmi il perineo per il vero massaggio prostatico zonale. Ma la cosa che mi eccita di più è che dopo tutto questo la vera tortura sadomaso di Tania è quel “no sesso”.
Ancora, Aurora: “Bellissima modella alta m.1.77,arrivata piena di voglie e insaziabile di uomini. Golosa e completissima per darti il massimo di quello che cercavi. Fisico da milleunanotte. Baci veri e intensi”. Mmm, mille e una notte da lei mi farei succhiare la cappella.
Ma non è finita. Veronica e Carla si propongono in due: “Centro Benessere da Veronica e Carla… Novità, favolosa coppia di massaggiatrici, Veronica e Carla… bellissime, esperte e amanti delle tecniche più coinvolgenti. Body massage, massaggio con i piedi, massaggi in olio superrilassanti. Hot stone. Dolcezze a quattro mani, supera i limiti del piacere!!! Ti accogliamo con olii profumati e candele adatte a un relax totale”. Chissà che ci fanno con quelle candele. Sento già il seme in punta che lancia il suo urlo di guerra maori.
“Lillino [Lillino sono io]” sento gridare mammina al di là della porta, “fra poco in tavola.” Cazzo, cazzo, cazzo, ancora due minuti prima di mettere in tavola, ché ci sono quasi, sono lì lì.
Paula: “Appena tornata bella sexy e porca come piace a te per le tue fantasie erotiche”. O Paula da dove sei tornata? Io non sono ancora venuto.
Pamela: “Novità… incredibile Decima naturale esplosiva, un incanto da non credere, preliminari mozzafiato da farti mancare il respiro… prendimi come vuoi e goditi le mie forme eccitanti senza limite”. Sìiii, le sento fra le mani le tue forme, anzi sento la mia forma turgida come rare volte, il mio pronto a schizzare ovunque.
Infine Porchaontas dice: “Finalmente in Italia, prima volta, appena arrivata dall’Amazzonia… bellissima e spettacolare nel piacere, corpo mozzafiato tutto reale, per tutte le fantasie che non osi confessare. Adoro le sensazioni più intense: selvaggia e dolce, pronta a farti impazzire e morire dentro di me”. Muoio, sì muoio. Ecco, vengo in un tripudio di colori, l’Amazzonia intera è ai miei piedi, ho il cazzo dentro ogni fica che qui ai miei occhi si mostra, si prostra, sì, sì sento che, sento che – sento bussare alla porta.
Il seme mi torna indietro in un attimo, il cazzo mi si affloscia, perde presa.
È mammina che mi dice Lillino è pronto, è già a tavola, ti ho fatto pasta e fagioli che ti piace tanto, Lillino, mi raccomando lavati le mani e vieni subito.
Sì mammina, vengo subito.

Berlusconi: nuove dichiarazioni sulla giustizia


Dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano, Berlusconi è tornato a tuonare su giustizia e magistrati. Bisogna riformare la giustizia, in tutti i suoi gradi, livelli e istituzioni. Queste le parole di fuoco del premier.
E stamane, di prima mattina, sfidando la scarlattina, Berlusconi ha chiesto udienza dal papa. Lo si attende in Vaticano a ore.
Berlusconi, pare, sia infuriato. “Basta,” avrebbe detto ai suoi più stretti collaboratori, “è necessario riformare subito anche il Giudizio Universale. Dio è comunista, è un giudice monocratico che veste la toga di porpora che è rossa come quella dei comunisti.”
Tremano i muri di San Pietro, il papa a muso duro è pronto a rispondere che proprio comunista a Dio non ce la fa a sentirlo dire.
Il premier ha ragione, si affretta a incalzare Bonaiuti, Dio non può decidere da solo, con la schiera di angeli e santi a fare da pubblici ministeri e senza neppure un avvocato a difendere l’inquisito.
Ghedini e Pecorella si dichiarano disposti (nel caso necessario) a difendere Berlusconi davanti a Dio. Ma il premier non vuole sentire ragioni. La riforma del processo, compreso il Giudizio Universale, è necessaria per il Paese e il mondo intero. Quando la avremo compiuta ci ringrazierete, sono state le parole del ministro Bondi che subito ha fatto eco al presidente del Consiglio.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Di Pietro ha sbraitato che nessun tocchi suo padre. “Con Dio,” dice l’ex magistrato, “abbiamo più volte collaborato. Non cambieremo di una virgola il sistema processuale.”
Bersani, colto di sorpresa, non ha ancora rilasciato dichiarazioni anche se in ambienti del Pd si mormora che anche Togliatti avesse avuto un’idea simile.
Più possibilista, sulla riforma, Rutelli che, a fianco di Casini, ha detto: “Se Dio vorrà…”.
Nel frattempo angeli, arcangeli, schiere celesti e santi tutti sono pronti a scendere in piazza. Minacciano di scioperare per Natale: “Non parteciperemo sotto forma di statuine ai presepi quest’anno, non distribuiremo più bontà, chiuderemo tutte le grotte e ritireremo asini e buoi”. Il comitato delle mamme è spaventato, che faranno i nostri figli senza Natale?
Alla minaccia delle sfere celesti risponde Gasparri, capogruppo al Senato del Pdl: “Ancora una volta san Francesco e Gesù dimostrano di essere politicizzati e comunisti. Ma noi vogliamo il bene del Paese, precetteremo il Natale e garantiremo i servizi minimi disposti per legge. La stella cometa sarà al suo posto”. Poi, Gasparri aggiunge: “Quella del Giudizio Universale è una riforma necessaria che garantirà più equità a tutti”.
Questa sera, a “Porta a Porta”, è prevista una puntata speciale di Vespa sulla riforma della giustizia. Non si esclude un intervento “celeste”.
Nel frattempo, come sempre, Dio tace.

Il bello


Mi guardo i palmi delle mani alla ricerca di una verità divinatoria che non so leggere. Allora serro i pugni come si chiude un libro che non piace.
Scendo per strada e comincio a camminare. Non ho preso niente con me – né soldi né documenti. Socialmente nudo mi avventuro per strade quotidiane, osservo la vita addormentata a tasche vuote.
Passo davanti a vetrine di negozi chiusi, di notte la città regala visuali invisibili alla frenesia mattutina. Qualcuno sfreccia a alta velocità chiuso e bardato in quelle scatole di latta e plastica grosse come furgoni, pesanti quanto un divoratore di hamburger e rinforzate a mo’ di mezzi anfibi. D’istinto tiro a me il guinzaglio del cane, che mi guarda con gli occhi lucidi, timoroso di avere fatto qualcosa di sbagliato. L’accarezzo sotto il mento per tranquillizzarlo – va tutto bene, non hai commesso errori, neanche a pisciare sul gradino della banca.
Alla luce dei lampioni della piazza provo a rileggere il palmo di una mano. Niente. La storia non decolla, lo stile è confuso, meglio chiudere e aspettare di girare l’angolo.
Intanto il cane tira. Ha visto qualcosa, anzi ha annusato qualcosa. Ci sono sere in cui vorrei il suo olfatto, percepire il fetore di una città in rovina che si veste di nuovo e balla la sua danza macabra. E passa un altro di quei bigmac al formaggio putrescente, sgommando.
Ha caricato un minotauro dell’era moderna che passeggiava all’angolo di fronte, nella piazza.
L’erba delle aiuole è bruciata. Il cane la indaga, giovane agronomo che tenta di concimarla. Inutile: è finta come il progresso operoso di una città finanziaria. Non si concima, si sostituisce.
Torno a aprire i palmi delle mani, chissà che una storia non abbia preso piede nel frattempo. Chimera del nuovo millennio, nessuno ti racconta più niente, tutti chini su se stessi, contorti in balli propiziatori per la nuova aiuola. Allora tiro il cane, che nel frattempo ha trovato un ramo secco da rosicchiare. Gli chiedo di riportarmi a casa, di indicarmi la strada.
Le tracce divinatorie le ho cancellate dai miei palmi. Faremo mattina, e poi sera, oltre la città, oltre quel fagocitante aggettivo che ha invaso la vita contemporanea – al di là di quel belante seme che governa le nostre vite.

Uno stralcio da una nuova storia


Papà è un uomo cortese, ha sempre una parola per ogni circostanza, un grande senso dell’ospitalità. Come è andato il viaggio, siete stanchi, avete fame – una serie di domande che possono sembrare di circostanza, invece lui pone attenzione alle risposte, approfondisce, non lascia caderle nel vuoto. Se rispondi che non hai fame ti chiede se hai mangiato qualcosa in aereo, e se rispondi che no, non ho mangiato niente, allora ribatte che è strano che tu non abbia fame: “Non ti senti bene?” è la domanda conclusiva. E il dialogo si rimpolpa, esce dalle frasi di circostanza e si allarga alla tua quotidianità, alla salute, agli impegni, al lavoro.
In quel momento, però, non avevo molta voglia di parlare. Preferivo guardare fuori dal finestrino, osservare i cambiamenti della città che evolve, diversa da come l’ho lasciata undici anni fa. E ripensavo a nonna.
Intanto mia moglie e papà dialogavano – credo di politica. Prossime votazione del sindaco, del presidente della provincia, della regione. Paure e speranze di cambiamenti e di continuità. La mia continuità è stata soffermare l’attenzione su quello che vedevo sfrecciare intorno.
I volti delle città mutano come quelli degli uomini. Di primo acchito sembrano sempre uguali. Invece a una seconda occhiata, ecco che intravediamo i chili in più, o in meno, la fatica negli occhi, i fili grigi sopra le orecchie, o la stempiatura più larga. Magari il sorriso di quella donna che ci piaceva è sempre bello, ma un poco meno solare, e una ruga in più vicino alle labbra.
Così per i quartieri delle città. I colori, l’atmosfera, le sensazioni restano immutate, poi però a uno sguardo più attento compare una rotatoria che non ricordavi, un palazzo in costruzione – cosa c’era prima lì? Fai uno sforzo, non ti ricordi, forse la vista era sgombra o c’era un vecchio casolare. Avresti bisogno di girare con vecchie foto che testimoniano ogni minimo cambiamento.
E poi ci vorrebbe uno sforzo mnemonico, di immaginazione. Anche se rivedessi un’immagine di come era prima, un attimo dopo la nuova realtà ti sembrerebbe da sempre. Succede con le persone con cui vivi tutti i giorni. Non ci si vede invecchiare, non ci si ricorda come si era prima. Devi avere il coraggio (perché di quello si tratta) di andare a rivedere un vecchio filmato o una fotografia per accorgerti di quanto ci siamo consumati – ingobbiti.
Nonna non guardava volentieri l’album in bianco e nero che c’era dentro il baule, che a me piaceva tanto. Diceva che le metteva tristezza, che il passato non va guardata, del passato bisogna tenere memoria.

Kaka è komunista


Quoque tu
Pare che stamattina Berlusconi, affranto e disperato, alzando la toga purpurea sul capo abbia pronunciato la fatidica frase cesariana.
Eh sì, Kaka è uno sporko komunista. Proprio lui che dice di appartenere a Gesù, che prega mattina e sera, che asseriva di avere in Berlusconi un altro papà. beh, c’è da dire che già la pubblicità dei Ringo, con bambini negri africani che invadono le strade di Milano e la maglia rossa che indossava Kaka nella pubblicità avevano fatto storcere il naso a Berlusconi.
Ma mai e poi mai, il presidente del Consiglio nonché presidente di altre diecimila cose avrebbe creduto che Kaka si lasciasse influenzare dai giornali e media komunisti e affermasse che c’è la crisi. Ebbene sì, Kaka piangente (come una delle madonne cui dice di appartenere) ha detto che va via dal Milan per una sole e semplice ragione: perché c’è la crisi.
Ma no, Berlusconi è sobbalzato dal letto, ma come proprio tu figlio mio, mio bel Kaka, tu che mi porti in cassa sessantacinque milioni di euro, vai a dire che c’è la crisi che io ho più volte detto che è in special modo psicologica e colpa dei giornali komunisti?
Pasci serpenti in casa, mio bel presidente!
Stai a vedere che domani salta fuori anche Emilio Fede a dire che c’è la crisi perché ha perso al casinò.

Sudest asmatico


Mi alzo scalzo smilzo, sfizio di giornate impalate in fila per due senza resti di quattro. E volgo lo sguardo a est sudest di sud sudest sudato sudario sudtirolo mesto con un occhio pesto resto fermo, poi vado lesto a feste di sud di mousse di ccus’ cca nun ce vogghie penzae’.
Asmatico affannato affranto ammantato allisciato allentato ha tentato di ribellarsi ad arte né parte su carte quarantotto. Carrarmato caramellato, lungo corridoi corridori corrimano su corriere dai fasti vetusti, assalti di corsari e falsari che barano e sparano a vista, a salve, a ralenti da venti di Balcani che soffiano minacciano setacciano e spacciano.
E rimiro il mare, onda di sponda senza ronda che si forma.
Attracco di attacchi mercantili e ferraresi di noir e di vallise, di donne raminghe, di piazze affollate, sfollate da miracoli mitralici di approdi medioevali, di scoli e di canali. Si sente da lontano rimbombare la Giulia veneziana armata d’amore con pudore di altri tempi, con manufatti artefatti, di fatica sfatti, mentre distratti popoli impopolari spopolano tra fan e can can. Allora ho fatto un giro per le campagne di magagne nucleari, ho letto libri e giornali, ho letto lenzuola e cuscini per dormirci su e non sognare più.
Stanco di letterali teorie letterarie preferisco lo stop al post, la minzione alla finzione, la monaca alla cronaca. Stanco di arte pop, mi diletto nell’arte vov, nell’arte coque, nell’arte soap, nell’arte flop, poi sbarello con il carrello e smazzo, ramazzo, cazzo che palle e mi rinchiudo nell’arte coop, con la tessera top da socio doc.

La rossa perduta


C’è uno straniero colto da peste, urla Alberto accarezzando Sisifo. E io guardo senza riguardo sotto le gambe sottili di una dama sottoscacco che non sa di me. Le regalerei monili e ori-zzonti, lascerei disperdere dol-ori e dispia-ceri accesi in chiese sconsacrate.
E sento le campane suonare in riva al mare, e non so se dare addio di là dal fiume. Intanto crolla il mercato dell’autostima, sempre più Gente si domanda Chi? E vago alzo gli occhi al cielo, mio marito cantava sulle navi e oggi non lo faccio accomodare in comodato d’usi e costumi perduti per sempre.
“Terra, terra,” si grida dall’albero maestro precario della riforma informe di sformati di zucchine, mentre di là si taglia la sanità, la santità agli uomini di buona volontà. Sa(n)remo in tanti a cantare le gesta dell’anfitrione del nostro paese. Papi, papi, chi è quell’uomo bianco sul cavallo bianco di Napoleone? E bombardieri non bombardano più. E cannonieri non cannonano più.
Ave-Ntino morituri te salutant.
Trincerati in trincee triaccessoriate tridimensionali su trittici bizantini bicentenari biancofiori di asfittica memoria. Rosso fuoco, rosso sangue, rosso porpora di fiumi esondati e suonati, stonati, malnati e malmenati. I contadini passeggiano e pasteggiano ma non posteggiano trattori nei tratturi di campagna. Cum panis vaganti, amanti di libellule riparatrici in officine sfiduciate senza mezzi per pinze e martelli acclamano a gran voce la foce del fiume.
A bordo! Si esclama sulla nave in balia di onde mondane e nausea e rinvii nell’età della ragione non possono essere ammessi. Allora avevano ragione a rivoltarsi nella tomba del pensiero?
Nuda è fuggita, di spalle a me che guardo a est.
Reindosso lo spolverino impolverato di polveri sottili e riavvio i motori di rossi e capirossi, mossi da stenti e intenti non più pertinenti. E lotto smotto fotto tutto rotto di collo mollo il colpo del cannone che batte e fugge mezzanotte.
Infine, sfinito senza fine tu trascini senza un attimo di respiro e io mi addormento sul giaciglio figlio di un dio maggiore.